Gino Paoli, la pallottola nel cuore, l’amicizia con Vanoni e Sandrelli, e quel figlio scomparso: il ritratto di un gigante dall’inquietudine inimitabile
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Gino Paoli non è mai stato dove ce lo si aspettava. E questa, in fondo, è la cifra più autentica di un’esistenza che sembra aver attraversato il Novecento italiano come un proiettile vagante: imprevedibile, destinato a lasciare il segno, spesso deviando da una traiettoria già scritta. La sua morte, avvenuta nella notte tra il 23 e il 24 marzo, chiude il cerchio di una vita che per molti versi – lui per primo – aveva già raccontato nei dettagli più intimi, trasformando l’angoscia in melodia e la cronaca nera in poesia. Il ritratto che ne ha tracciato Aldo Cazzullo restituisce l’immagine di un artista che viveva di contraddizioni, un comunista capace di raccontare con lucidità le foibe che avevano colpito i parenti della madre, e al tempo stesso un antifascista che, con altrettanta onestà intellettuale, spiegava il fascino popolare del Duce, definendolo “arci-italiano”. Era questa la sua inclinazione: smontare le semplificazioni, cercare il conflitto dentro ogni certezza.
Le sue canzoni più celebri, quelle che hanno segnato la storia della musica italiana, hanno ormai superato i settant’anni, eppure possiedono una freschezza che sfida il tempo. Non si tratta solo di un retaggio stilistico; è piuttosto la capacità di aver fissato sulla carta pentagrammata un sentimento universale di precarietà. Paoli conosceva la notte, non quella metaforica dei poeti, ma quella reale: «Conosco la penombra di una soffitta fredda perché i soldi per pagare le bollette non ci sono», diceva di sé, mescolando la biografia con l’arte. E in quella confessione c’era già tutto il suo metodo: trasformare la mancanza in racconto, il dolore in note. Non è un caso che nella sua vita ci siano state tracce di cronaca che hanno alimentato la leggenda, dall’amore tormentato per la sua musa Stefania Sandrelli al complesso rapporto con Ornella Vanoni, fino al tragico epilogo di un figlio scomparso, un vuoto che ha segnato gli ultimi capitoli di una parabola già densa di ombre.
Il cuore operato, la pallottola che non uscì più
C’è un episodio, nella biografia di Paoli, che riassume meglio di altri la sua attitudine a flirtare con il confine ultimo. Il riferimento è a quella pallottola che gli rimase conficcata nel petto per decenni, retaggio di un tentato suicidio o di un incidente d’armi – a seconda delle versioni che lui stesso amava rendere volutamente fluide. Il cardiologo modenese Stefano Reggiani, direttore dell’Ospedale di Sassuolo, lo ha conosciuto in circostanze legate proprio a quella ferita antica, divenuta poi il motore di un’amicizia profonda, fatta di vacanze condivise e lunghe tavolate. Reggiani lo descrive con un gesto preciso: «La prima cosa che faceva era guardarti. Ti squadrava, ascoltava. Non parlava molto. Poi, quando decideva che poteva fidarsi, si apriva. E lì veniva fuori tutto: ironia, umanità, storie incredibili».
In quel “dopo” che seguiva la diffidenza iniziale c’era il vero Paoli, l’anarchico della canzone d’autore, un uomo che negli ultimi anni aveva dovuto fare i conti con troppi lutti e con la fragilità di un cuore che, pur avendo trattenuto per decenni quel proiettile, aveva iniziato a cedere. L’intervento chirurgico a cui fu sottoposto rappresentò un’altra delle sue battaglie private, vissute lontano dai riflettori, mentre fuori uscivano dischi che la critica apprezzava ma che il pubblico, per un lungo periodo, stentava a seguire. Fu quella, per lui, la stagione dell’inquietudine più profonda, quella che precede le grandi resurrezioni.
L’abbraccio del Pci, la ripartenza con “Una lunga storia d’amore”
Se gli anni Settanta rappresentarono per Paoli un momento di stasi dal punto di vista commerciale – con album apprezzati dagli addetti ai lavori ma lontani dal successo popolare – la svolta arrivò nel 1975 con un gesto che sembrava quasi un controcanto politico alla sua stessa esistenza. Invitato come ospite d’onore alla festa dei giovani del Pci, organizzata tra gli altri da Walter Veltroni, Paoli ritrovò quel contatto diretto con il pubblico che gli era un po’ sfuggito. Non era un semplice concerto, ma un riallineamento con la sua natura di cantore delle periferie esistenziali e delle battaglie collettive.
Il vero ritorno in vetta, però, arrivò nel 1984, quando “Una lunga storia d’amore” scalò le classifiche. Il brano non era solo una canzone di successo; diventò anche la colonna sonora del film diretto da Paolo Quaregna, incastrandosi perfettamente nell’immaginario di un’Italia che cercava una colonna sonora per i suoi sentimenti più classici. In quegli anni, la sua figura si consolidò come quella di un sopravvissuto – non solo alla pallottola nel petto, ma anche alle mode passeggere – capace di riemergere con una melodia che sembrava aver attraversato indenne decenni di trasformazioni sociali. Era la prova che la sua inquietudine, lungi dall’essere un limite, era stata il motore di una creatività capace di rigenerarsi.
L’eredità di un “arci-italiano” tra cronaca e assenza
Negli ultimi capitoli della sua esistenza, Gino Paoli ha dovuto fare i conti con la scomparsa del figlio, un dolore privato che ha tenuto lontano dai palcoscenici molto più delle debolezze fisiche. Era questo, forse, il suo modo di intendere la riservatezza: consegnare alle canzoni le angosce universali, ma custodire le ferite familiari nella penombra di quella soffitta che tanto amava citare. Quando il cardiologo Reggiani parla di “mille vite” vissute dall’artista, non si riferisce solo alle vette artistiche toccate, ma anche a questa capacità di attraversare il lutto e la rinascita senza mai cedere alla retorica.
La sua visione del mondo, del resto, era intrisa di quella complessità che lo rendeva così difficile da etichettare. Se parlava del fascismo, lo faceva con l’occhio dello storico oltre che con la rabbia del militante; se cantava l’amore, lo faceva con la consapevolezza di chi ne ha conosciuto anche la versione più amara e distruttiva. In questo, la sua eredità culturale si intreccia indissolubilmente con quella dei grandi maestri della canzone italiana, sebbene lui abbia sempre percorso una strada solitaria, impervia, spesso in salita. Con la sua scomparsa, l’Italia perde un pezzo della sua memoria musicale più autentica, ma anche un testimone scomodo di un Novecento che non amava le semplificazioni. Ora, come avrebbe detto lui con quel misto di ironia e coraggio che lo contraddistingueva, «vedrà cosa c’è dall’altra parte».




