Gino Paoli, quel proiettile nel cuore e l’estate in Sicilia: gli omaggi dopo l’addio al cantautore
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’era una notte, quella dell’11 luglio del 1963, in cui Gino Paoli decise di puntarsi una Derringer calibro 5 contro il petto. La scena, che avrebbe potuto segnare la fine di una delle voci più raffinate della musica italiana, si consumò in via Byron a Genova: il cantautore, che all’epoca aveva tutto – successo, denaro, storie d’amore complesse e una Ferrari in garage – premette il grilletto per un gesto estremo che lui stesso avrebbe definito, anni dopo, una “cazzata mostruosa”. Quel proiettile, incredibilmente, non solo non pose fine alla sua esistenza, ma rimase lì, incastonato a pochi centimetri dal muscolo cardiaco, per ben 63 anni.
A raccontare i dettagli di quella notte e del tormento che lo precedeva è stato lo stesso Paoli, attraverso la sua autobiografia e interviste rilasciate nel corso dei decenni. La sua testimonianza rivela un uomo che, prima di compiere quel gesto, aveva già fatto i conti con l’abisso: amici come Luigi Tenco, Enzo Trapani e il sassofonista De Angelis avevano scelto la stessa via di fuga, una scia di dolore che il cantautore genovese aveva osservato da vicino. Quella notte, rimasto solo in casa, Paoli provò prima con i barbiturici, annaffiati da calvados, poi pensò di gettarsi dalla finestra, ma l’immagine del dolore di sua madre lo fermò. Fu allora che si ricordò delle due pistole: le provò su un vocabolario per testarne la potenza, scelse la Derringer, si stese sul letto e fece fuoco. Il dolore, descritto come una montagna precipitata sul torace, fu immediato, e poi il buio.
L’epilogo medico di quell’atto disperato è forse la parte più paradossale della vicenda. Trasportato d’urgenza in ospedale, Paoli venne salvato, ma i medici dell’epoca – tra cui un luminare della cardiologia torinese consultato dal padre – scoprirono che il proiettile si era incuneato in una posizione talmente rischiosa, così vicina al pericardio, che qualsiasi tentativo di asportazione chirurgica sarebbe stato fatale. Meglio lasciarlo lì. E così, da quel lontano 1963 fino alla sua recente scomparsa, Gino Paoli ha vissuto con un estraneo conficcato nel torace, quasi un monito silenzioso che lo accompagnava nei rumori del quotidiano.
La Liguria e la Sicilia: quando il ricordo diventa melodia
Mentre la cronaca ricostruiva i frammenti di quella notte genovese, il resto d’Italia si preparava a onorare l’eredità artistica del cantautore con gesti pubblici e tributi ufficiali. A Laigueglia, il borgo marinaro del savonese che nel 2016 lo aveva insignito della cittadinanza onoraria – e a cui lui, insieme al musicista Rosario Bonaccorso, aveva dedicato una canzone – il sindaco Giorgio Manfredi ha deciso di trasformare la Pasqua in un palcoscenico diffuso. Grazie all’impianto di filodiffusione recentemente installato nel centro storico, le note di brani iconici risuoneranno per le vie del paese: si spazierà da quelli interpretati direttamente dalla sua voce a quelli che, pur essendo firmati da lui come autore, sono diventati successi nelle corde di altri interpreti. L’iniziativa, che prevede una programmazione quotidiana dal pomeriggio a sera, si estenderà fino al “Percfest” di giugno, consolidando un legame che la scomparsa del maestro ha reso ancora più profondo.
E poi c’è la Sicilia, quella di Capo d’Orlando, dove il tempo sembra essersi fermato a un agosto del 1962. Fu lì, tra la sabbia di San Gregorio e le serate al night “La Tartaruga”, che Gino Paoli trovò l’ispirazione per scrivere “Sapore di sale”, trasformando una vacanza estiva in un manifesto della canzone d’autore italiana. Per celebrare questo legame eterno, non ci si è limitati a intitolargli un lungomare, ma si è deciso di istituire un festival canoro dedicato esclusivamente al suo repertorio. Un concorso che, nelle intenzioni degli organizzatori, servirà a mantenere viva la poetica di un uomo che – avendo avuto tutto e avendo sfiorato il nulla – ha saputo regalare all’Italia la colonna sonora di un’epoca intera.




