Trump: lasciare l'Iraq non significa abbandonare gli alleati, non lo faremo mai

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha voluto marcare una distinzione netta tra il ritiro delle truppe dal suolo iracheno e un arretramento strategico complessivo degli Stati Uniti. Durante un punto stampa tenuto alla Casa Bianca prima della partenza, il capo dell'amministrazione americana ha scandito una frase destinata a restare: «Non abbandonerò mai i nostri alleati».

Una dichiarazione che arriva a poche ore dalla conclusione formale della missione Inherent Resolve, il cui termine è stato annunciato dal Comando centrale degli Stati Uniti dopo oltre due decenni di presenza militare nel Paese mediorientale.

La fine dell'operazione Inherent Resolve

La partenza degli ultimi reparti statunitensi dalla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, ha posto fine a un ciclo cominciato nel marzo del 2003 con l'invasione guidata da Washington e proseguito, dopo il ritiro del 2011 e il successivo ritorno nel 2014, con la campagna contro lo Stato islamico. Il Pentagono ha confermato che il personale e i mezzi hanno lasciato l'installazione in modo ordinato, chiudendo quella che il portavoce Sean Parnell ha definito la missione contro l'Isis.

Il presidente americano ha commentato l'evento anche attraverso il suo canale social, sostenendo che il gruppo jihadista è stato «completamente annientato» e che la presenza temporanea non doveva trasformarsi in permanente.

La cerimonia di Baghdad e la rivendicazione della sovranità

Sul versante iracheno, la giornata è stata accompagnata da cerimonie ufficiali e manifestazioni pubbliche. Il primo ministro Ali al-Zaidi ha parlato di una nuova fase fondata sulla piena responsabilità delle forze di sicurezza nazionali, che avrebbero ormai assunto il controllo delle operazioni su tutto il territorio. Il governo ha organizzato una serie di eventi per celebrare quella che viene presentata come la restituzione integrale della sovranità, con un congresso dedicato previsto per il giorno successivo al ritiro.

Nella capitale, una parte della popolazione ha accolto la partenza delle truppe straniere con cortei e bandiere, descrivendola come l'inizio di un capitolo nuovo per il Paese.

Il nodo delle milizie e le incognite sul futuro

Il ritiro americano lascia però aperte alcune questioni centrali. Il premier iracheno ha indicato il 30 settembre come termine oltre il quale non avrebbe più avuto giustificazione l'esistenza di formazioni armate sottratte al controllo statale, ma il percorso di ricondurre tutte le armi sotto l'autorità del governo ha incontrato resistenze. Alcune fazioni hanno accettato di negoziare, mentre altre hanno respinto apertamente l'ipotesi di consegnare i propri arsenali, e il governo ha prospettato una possibile proroga fino alla metà del 2027.

La presenza di milizie legate a Teheran rappresenta, secondo diverse analisi, la principale fonte di instabilità interna per Baghdad.

Sul piano regionale, la partenza delle truppe americane non ha spento le tensioni. Nei mesi precedenti al ritiro, la regione del Kurdistan iracheno è stata interessata da numerosi attacchi condotti con droni e missili, attribuiti a gruppi filo-iraniani, che hanno colpito anche installazioni civili e militari. La stessa base di Erbil è stata oggetto di offensive ripetute, mentre il contingente italiano ha completato la propria evacuazione già nei giorni precedenti, chiudendo un impegno durato dodici anni.

Il ritiro delle forze statunitensi, inoltre, non segna la scomparsa di ogni presenza occidentale: contingenti restano impiegati nella protezione diplomatica e in attività di consulenza, mentre il comando centrale americano mantiene capacità di intelligence e sorveglianza dalla Giordania.

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