L'Iraq dopo il ritiro americano, una sovranità incompiuta tra vuoti e influenze esterne

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ritiro delle ultime truppe statunitensi dall'Iraq, annunciato mercoledì 30 settembre 2026 dal presidente Donald Trump, chiude ufficialmente l'operazione Inherent Resolve e mette la parola fine a oltre vent'anni di presenza militare americana nel Paese. Una partenza presentata dalla Casa Bianca come una vittoria per Washington e per Baghdad, ma che lascia dietro di sé un quadro politico e di sicurezza tutt'altro che consolidato.

La cerimonia di chiusura della missione, sancita dal comando centrale americano con l'uscita delle forze e delle attrezzature dalla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, ha coinciso con la proclamazione della "Giornata della Sovranità" da parte del governo di Baghdad, una data scelta per celebrare la fine della presenza straniera e l'inizio di una nuova fase.

Le parole di Trump e la lettura di Washington

«Oggi sono lieto di annunciare che le ultime forze americane stanno lasciando l'Iraq! È passato molto tempo, e sono state decisioni davvero sbagliate a trascinarci in questo pantano, ma presto tutto ciò farà parte della storia», ha scritto Trump su Truth Social, definendo l'operazione «un'incursione molto costosa all'inferno». Il presidente americano ha parlato di «una giornata importante per l'America» e di una «vittoria decisiva» sull'ISIS, rivendicando di aver posto fine a un impegno militare che, a suo dire, si era trasformato in una presenza permanente non voluta.

Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha dal canto suo annunciato l'avvio di «una nuova fase, caratterizzata dalla sovranità dell'Iraq, dalla solidità delle sue istituzioni e da partenariati equilibrati con i suoi amici», sottolineando come le decisioni in materia di sicurezza siano ora interamente nelle mani dei comandi iracheni.

Un ritiro concordato, ma le ragioni sono più complesse

L'accordo per la fine della missione della coalizione anti-jihadista era stato raggiunto nel 2024, durante la presidenza di Joe Biden, con un calendario di uscita progressiva che ha avuto il suo epilogo proprio alla fine di settembre. Il contingente residuo, composto da circa 1.500 militari americani e alleati, era concentrato soprattutto nella base di Erbil, da cui dipendevano le operazioni di intelligence, sorveglianza aerea e addestramento delle forze irachene.

Secondo diversi analisti, tuttavia, la motivazione principale del ritiro non risiederebbe tanto nell'avvenuto raggiungimento degli obiettivi militari, quanto nella crescente esposizione del personale americano a rischi legati alle tensioni regionali con l'Iran. «Il problema è il rischio, non l'ISIS; questa giustificazione ha perso validità anni fa», ha dichiarato al riguardo H.A. Hellyer, ricercatore associato del think tank britannico RUSI.

Il vuoto di sicurezza e le preoccupazioni degli analisti

A destare maggiore inquietudine sono le conseguenze concrete del ritiro sul terreno. Funzionari iracheni, sia nel governo federale sia nella regione autonoma del Kurdistan, hanno espresso timori che l'ISIS possa approfittare dell'assenza di copertura aerea e di intelligence americana per riorganizzare le proprie cellule dormienti. «La lezione degli ultimi vent'anni è che i vuoti di sicurezza possono essere estremamente pericolosi», ha osservato Jassim al-Bahadli, analista iracheno che consiglia le forze di sicurezza.

Un comandante curdo, Sirwan Barzani, ha riferito di aver notato movimenti sospetti da parte di cellule dell'ISIS già nelle settimane precedenti al ritiro ufficiale, segno di un possibile rialzo del morale tra i miliziani. Il generale in pensione Mohammed al-Jubouri ha posto la questione in termini operativi: «La domanda più importante ora è se le istituzioni di sicurezza irachene abbiano preparato un piano B praticabile per la fase post-coalizione».

Tra gli scenari peggiori evocati dagli esperti vi è quello di un ISIS in grado di procurarsi droni armati o improvvisati in un momento in cui l'Iraq resta privo di una difesa aerea adeguata.

L'Iran e le milizie filo-iraniane

Il ritiro americano è stato accolto con soddisfazione da Teheran e dai suoi alleati regionali, che lo hanno letto come una vittoria del cosiddetto "asse della resistenza". L'Iran, che da anni persegue l'obiettivo dichiarato di costringere gli Stati Uniti a lasciare l'intero Medio Oriente, vede nella partenza delle truppe da Baghdad un passo decisivo in questa direzione. «La sicurezza duratura prevarrà in Iraq» una volta che le forze americane avranno lasciato il Paese e la regione, ha dichiarato Amir Hayat Moqaddam, vicepresidente della commissione sicurezza del parlamento iraniano.

Il timore espresso da diversi osservatori, tuttavia, non riguarda tanto un intervento diretto di Teheran quanto la possibilità che le milizie sciite filo-iraniane, già profondamente radicate nel tessuto politico e militare iracheno, si sentano legittimate a espandere ulteriormente la propria influenza. «Ciò che è più preoccupante non è necessariamente l'intervento diretto dell'Iran, ma la possibilità che i suoi proxy si sentano sempre più autorizzati in assenza di una presenza militare occidentale», ha affermato l'analista politico di Baghdad Ahmed Younis.

Tali gruppi, ha aggiunto, «potrebbero tentare di ampliare il proprio ruolo nella definizione delle politiche statali e consolidare la propria presenza nelle istituzioni chiave». Abu Mojtaba al-Yasiri, comandante della Resistenza Islamica in Iraq, una coalizione di fazioni armate filo-iraniane, ha definito il ritiro «una vittoria storica per i gruppi della resistenza islamica irachena e per gli iracheni onorevoli, e una sconfitta schiacciante per il progetto americano».

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