L’ira di Bruxelles: “Trump ha scatenato la guerra in Iran senza curarsi delle conseguenze per l’Europa”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La frattura tra gli Stati Uniti di Donald Trump e i partner europei si è trasformata in una spaccatura apertamente dichiarata, con le istituzioni comunitarie che alzano il tono contro quella che viene definita una condotta unilaterale inaccettabile. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha utilizzato un termine pesante – “alleato imprevedibile” – per definire Washington, commentando l’escalation militare in Iran. L’affondo, pronunciato nel corso di un intervento a Sciences Po a Parigi, ha formalizzato un malcontento che nei palazzi di Bruxelles covava da settimane: per la prima volta, secondo quanto riferito dall’alto rappresentante, gli Stati Uniti hanno avviato un’operazione bellica di questa portata nel vicinato europeo senza alcuna consultazione preventiva, né con i singoli governi né con il quartier generale della Nato.

Una scelta, quella dell’amministrazione Trump, che non solo ignora i protocolli diplomatici tradizionali, ma che produce effetti concreti e pesanti proprio sul Vecchio Continente. Costa lo ha detto senza mezzi termini: “Stiamo pagando, stiamo soffrendo”, citando il rincaro vertiginoso dei prezzi energetici, la volatilità dei mercati e le interruzioni delle catene di approvvigionamento che già oggi gravano sulle economie europee. Ma il timore, come emerge dalle dichiarazioni rilasciate al termine dell’ultimo Consiglio europeo, è che il peggio debba ancora arrivare. Se il conflitto dovesse protrarsi, l’avvertimento è chiaro: si profila all’orizzonte una nuova crisi migratoria di proporzioni paragonabili a quella seguita alla guerra civile siriana, una pressione che l’Europa, ancora divisa sul fronte della gestione degli arrivi, si troverebbe a dover fronteggiare in condizioni di estrema fragilità.

Il “no” europeo e la paura di un abbandono sull’Ucraina

A complicare ulteriormente il quadro c’è la risposta, finora tiepida, che gli alleati hanno opposto alla richiesta di Trump di partecipare attivamente alla riapertura dello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per i traffici petroliferi mondiali ora di fatto bloccato. Diversi paesi, tra cui la Germania e la Spagna, hanno tenuto una linea di prudenza, rifiutando di farsi coinvolgere in un’operazione che considerano estranea alla strategia di difesa comune. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso scetticismo sul valore aggiunto che poche fregate europee potrebbero offrire in un teatro dominato dalla potenza militare americana. Questa cautela, però, sta alimentando la reazione stizzita di Washington: Trump non ha esitato a bollare i partner come “codardi” sui social network, minacciando ritorsioni e mettendo in discussione il futuro stesso dell’impegno americano nella Nato.

A Bruxelles, la preoccupazione più profonda è però un’altra, ed è legata alla sopravvivenza dell’Ucraina. Come rivelano fonti diplomatiche, tra i leader europei serpeggia il timore che il presidente Trump possa decidere di abbandonare Kiev al suo destino, punendo l’Europa per il mancato sostegno nella guerra in Medio Oriente. Si tratta di uno scenario di ricatto geopolitico che l’amministrazione non ha mai del tutto smentito: il flusso di intelligence e aiuti militari per Kyiv potrebbe essere interrotto o ridotto drasticamente, con il rischio concreto che le munizioni e i sistemi di difesa aerea, di cui l’Ucraina ha vitale bisogno, vengano dirottati verso altri teatri o semplicemente esauriti. Un diplomatico europeo ha usato un’immagine eloquente per descrivere lo stato d’animo diffuso: vedere gli Emirati Arabi Uniti utilizzare missili Patriot “come caramelle” mentre l’Ucraina ne implora la consegna è il segnale di una gerarchia di priorità nella quale l’Europa rischia di essere messa ai margini.

L’incapacità di reagire e il “vuoto” identitario

Se da un lato c’è la rabbia per l’atteggiamento di Trump, dall’altro emerge l’amara consapevolezza della debolezza europea. Il commissario per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha fornito una fotografia impietosa della situazione: “Al momento non sappiamo in quale scenario ci troviamo” [citation:original_source]. Un’ammissione di impotenza operativa che fotografa la paralisi dell’esecutivo comunitario, incapace di mettere a punto una strategia economica e diplomatica coerente perché incerto sulla direzione che il conflitto potrà prendere [citation:original_source]. È in questo vuoto di azione che, secondo gli analisti, si sta consumando un danno profondo all’identità stessa dell’Unione: anziché trovare nella crisi un collante per un’azione collettiva più incisiva, gli Stati membri rischiano di subire passivamente gli eventi, rivelando una capacità di agire in modo indipendente sempre più ridotta [citation:original_source].

La gestione della crisi iraniana sta infatti dimostrando quanto sia difficile per l’Europa affrancarsi dalla tutela americana. Pur condannando l’uso della forza e richiamandosi al primato del diritto internazionale – quel “potere della forza” che secondo Costa sta prevalendo sul “potere del diritto” – Bruxelles si muove su un filo sottile, cercando di bilanciare la condanna morale con la necessità di non innescare una rottura definitiva con Washington. L’obiettivo dichiarato è la “autonomia strategica”, ma la realtà sul campo mostra un’Europa che subisce le conseguenze economiche e umanitarie di guerre decise altrove, restando spesso relegata al ruolo di spettatrice o, al massimo, di attore di secondo piano chiamato a gestire gli effetti collaterali di conflitti non voluti.

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