Monaco, l’alleanza atlantica e la fine degli automatismi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Conferenza sulla sicurezza che si è chiusa domenica a Monaco ha consegnato agli osservatori una fotografia nitida, per quanto scomoda, dello stato di salute dei rapporti tra Washington e le capitali europee. Il dato politicamente più rilevante, al netto delle dichiarazioni formali e dei comunicati congiunti che pure sono stati diramati, risiede nella constatazione – ormai diffusa e trasversale – che il presupposto fondamentale su cui l’alleanza transatlantica si è retta dal secondo dopoguerra in poi è venuto meno. Non c’è stata una rottura formale, si badi bene, né i trattati sono stati messi in discussione da atti unilaterali; eppure la convergenza di interessi e di visione strategica, quel patrimonio comune di valori che aveva retto a decenni di tensioni, appare oggi un ricordo sbiadito. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, intervenuto nella sessione plenaria, ha provato a smussare gli angoli più vivi della retorica trumpiana, parlando di un destino comune e di una civiltà condivisa, ma il suo messaggio – per quanto avvolto in forme più concilianti rispetto agli attacchi dell’anno precedente – non lasciava spazio a equivoci di sorta: l’America intende procedere sulla propria strada, con o senza il vecchio continente al suo fianco -10. E non si è trattato, come qualcuno ha voluto leggere, di una semplice correzione di rotta rispetto alle bordate di J.D. Vance del 2025, quanto piuttosto della presa d’atto che il mondo unipolare e l’egemonia morbida esercitata per decenni dagli Stati Uniti hanno esaurito la loro spinta propulsiva -2.

Il nuovo corso di Washington e le reazioni dei leader europei

La replica europea, lungi dall’essere unanime o lineare, ha messo in luce le difficoltà e le contraddizioni di un continente che si scopre improvvisamente orfano del suo storico protettore. Se Ursula von der Leyen si è detta “molto rassicurata” dalle parole di Rubio, quasi a voler aggrapparsi a un residuo di normalità in un quadro altrimenti fosco, ben più nette e preoccupate sono apparse le reazioni di altri leader -1. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha parlato senza mezzi termini di un “divario” apertosi tra le due sponde dell’Atlantico, respingendo al contempo le “fantasie egemoniche” di chi vorrebbe dettare l’agenda al resto dell’alleanza. Emmanuel Macron, forte della sua tradizionale ambizione a fare da contrappeso, ha invece elencato con ironia i luoghi comuni con cui l’amministrazione Trump dipinge l’Europa: una costruzione burocratica e invecchiata, preda di un’immigrazione selvaggia e di un pensiero unico “woke” che soffocherebbe la libertà d’espressione -5-8. Ma è stata l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione, Kaja Kallas, a usare il tono più aspro, quando ha ribattuto sarcasticamente che “sentire critiche sulla libertà di stampa da un paese che occupa il 58º posto nell’indice mondiale” – gli Stati Uniti, appunto – suonava quanto meno singolare, provenendo dall’estone che rappresenta una nazione piazzata al secondo posto di quella stessa classifica -1.

La parabola di Rubio, da figlio di immigrati a guardiano dei confini

La figura di Marco Rubio, del resto, si presta a più di una riflessione proprio sui paradossi di questa nuova fase politica americana. Il nonno materno del segretario di Stato, Pedro Victor Garcia, era immigrato legalmente negli Stati Uniti nel 1956, salvo poi fare ritorno a Cuba e ripresentarsi oltre frontiera nel 1962 da clandestino, finendo arrestato e processato da un giudice che ne ordinò l’espulsione – poi commutata in libertà vigilata. Un passato familiare, quello di Rubio, che stride non poco con la linea dura in materia migratoria che oggi l’amministrazione Trump impone con ferocia, e di cui lui stesso si è fatto portavoce zelante, divenendo uno dei più intransigenti sostenitori delle frontiere murate e delle espulsioni di massa -3. Una vicenda personale, la sua, che sembra quasi confermare la regola non scritta per cui i convertiti dell’ultima ora sono spesso i più intolleranti; e non è un caso che il discorso di Monaco, nel rivendicare la necessità di difendere la civiltà occidentale da presunte minacce esterne, abbia evocato un’idea di identità chiusa ed escludente, distante anni luce da quella “success story” dell’immigrazione che pure aveva caratterizzato l’ascesa sociale della sua stessa famiglia.

Le conseguenze militari e l’appello delle conferenze episcopali

A margine dei lavori della Conferenza, l’intervento del generale Maurizio Boni – analista e firma nota del settore – ha offerto una chiave di lettura complementare, incentrata sugli aspetti squisitamente militari e strategici della frattura in atto. Intervenuto a Ottolina TV, Boni ha sostenuto che la delegazione americana a Monaco abbia sostanzialmente “smontato la propaganda” portata avanti in Europa da esponenti come lo stesso Merz o Kaja Kallas, i quali continuerebbero a ragionare secondo schemi superati, mentre Washington avrebbe già spostato il suo baricentro su altri scenari e priorità -4. Una smentita secca, la sua, della narrazione secondo cui l’Europa potrebbe ancora contare su un sostegno incondizionato in caso di crisi, e un monito a prendere atto che la nuova amministrazione – con Trump stabilmente insediato alla Casa Bianca – intende rivedere da cima a fondo il perimetro dei propri impegni globali. In questo clima di incertezza e di crescente disallineamento, ha acquistato un rilievo quasi profetico l’appello lanciato dai presidenti delle conferenze episcopali di Italia, Francia, Germania e Polonia: un invito, il loro, a riscoprire l’anima profonda dell’Europa e a lavorare per la pace tra i popoli, in un momento storico in cui la pace stessa appare sempre più lontana, non solo dai teatri di guerra dove continuano a morire innocenti, ma anche dall’agenda politica di un mondo che sembra aver smarrito la priorità della distensione -6.

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