L'ombrello della Nato e i nodi irrisolti dell'alleanza atlantica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «Mi sento più sicuro sotto l’ombrello della Nato», dichiarò, in una frase che avrebbe fatto epoca, il segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer in un’intervista del 1976, aprendo una crepa profonda, quasi insanabile, nella cultura della sinistra del tempo. Quella posizione, che allora suscitò un dissenso tanto silenzioso quanto diffuso in vaste aree del movimento operaio, sembra riecheggiare, oggi, in un contesto geopolitico radicalmente mutato, mentre le incrinature nella compagine atlantica diventano sempre più visibili. La guerra in Ucraina, un conflitto che prosegue senza sosta, funge da banco di prova per quella sicurezza collettiva che l’alleanza dovrebbe garantire, rivelando invece fratture e calcoli politici divergenti tra chi, sulla carta, dovrebbe agire unito.

A complicare ulteriormente il quadro, infatti, si è inserita con toni minacciosi la portavoce del ministero degli Esteri russo, la quale ha avvertito che qualsiasi spiegamento di soldati o basi militari europee in territorio ucraino, anche dopo un eventuale accordo di pace, verrebbe considerato da Mosca «un obiettivo legittimo». Una dichiarazione, questa, che definisce i cosiddetti “volenterosi” – quei paesi europei che, dopo il vertice di Parigi, hanno manifestato una posizione più marcatamente interventista – come «un vero asse della guerra», rendendo espliciti i rischi di un’escalation diretta. I piani di alcuni alleati, insomma, vengono dipinti come «sempre più pericolosi», in una spirale dove le parole si caricano di un peso operativo concreto, mentre il fronte occidentale mostra di non parlare affatto con una voce sola.

Proprio questa mancanza di unità spiega, forse, la necessità avvertita dalla Lega di ribadire con forza, in un contesto governativo che formalmente la esclude già, «il proprio No a ogni ipotesi di invio di soldati italiani in Ucraina». Un altolà che, nonostante le rassicurazioni pubbliche della premier Meloni e del ministro degli Esteri Tajani, suona come un monito preventivo indirizzato ai partner di coalizione e agli alleati internazionali, quasi a voler sigillare una posizione che il partito considera non negoziabile. Una mossa che va oltre la semplice cronaca politica, rivelando la percezione di un dibattito in corso, a livello europeo, in cui le opzioni sul tavolo potrebbero ancora riservare sorprese.

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