La guerra in Iran, la sconfitta giudiziaria di Trump e lo spettro dell'AI: i mercati si preparano a una settimana di fuoco
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Redazione Economia
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Il passaggio dalla metafora del leone rampante a quella, ben più minacciosa, del leone ruggente non è soltanto una questione di semantica finanziaria, ma il segnale inequivocabile di un’escalation che gli investitori, da ieri, sono chiamati a valutare con una cautela che non si vedeva da mesi. Se otto mesi fa l’operazione militare definita dei “dodici giorni” contro i siti nucleari iraniani era stata liquidata dai mercati come una fiammata temporanea — con il petrolio che era balzato sopra gli ottanta dollari per poi ripiegare rapidamente e Wall Street che aveva archiviato la pratica con una volatilità simile a quella di un temporale estivo — la situazione attuale presenta caratteristiche radicalmente diverse. L’attacco condotto nella notte tra sabato e domenica dalle forze statunitensi e israeliane, costato la vita alla Guida Suprema Ali Khamenei, ha innescato una crisi che molti analisti, interpellati nelle ultime ore, non esitano a definire come la più grave per la Repubblica Islamica dal 1979, l’anno della rivoluzione khomeinista.
Il fattore petrolio e la chiusura dello Stretto di Hormuz
La risposta di Teheran, che ha rifiutato qualsiasi mediazione sulle richieste americane relative al suo programma nucleare, non si è fatta attendere e ha immediatamente assunto i contorni di una minaccia all’approvvigionamento energetico globale. Le autorità iraniane hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso il quale transita quotidianamente circa un quinto del consumo mondiale di petrolio, e hanno avvertito che apriranno il fuoco su qualsiasi nave tenti di attraversarlo. La mossa, come era prevedibile, ha fatto schizzare le quotazioni dell’oro nero: i futures sul greggio hanno registrato un balzo superiore all’otto per cento, trascinando con sé i tassi di assicurazione delle navi e le aspettative di inflazione. Il tutto mentre colossi del trasporto marittimo come Maersk hanno sospeso le traversate nell’area, dirottando le proprie navi attorno al Corno d’Africa, una deviazione che allunga i tempi di percorrenza e aumenta esponenzialmente i costi.
A Wall Street, la seduta di lunedì ha raccontato la storia di un mercato che ha cercato di trovare un equilibrio precario tra la ricerca di occasioni e il panico. Dopo un’apertura in forte calo, i principali indici hanno ridotto le perdite grazie all’intervento di quei compratori al ribasso che, in gergo tecnico, vengono chiamati bargain hunter: il Nasdaq ha chiuso in rialzo dello 0,4%, trascinato da alcuni big dell’intelligenza artificiale come Nvidia e Microsoft, mentre il Dow Jones è rimasto sostanzialmente piatto. Un rimbalzo tecnico, lo definiscono gli operatori, che non ha però intaccato la preoccupazione di fondo. La prova più evidente di questo nervosismo diffuso si è vista ieri, e si sta vedendo oggi, sui titoli del settore aereo e dei viaggi: compagnie come Delta Air Lines e Royal Caribbean hanno perso rispettivamente il 3 e il 4 per cento, vittime designate dell’aumento del costo del carburante e della chiusura degli spazi aerei in Medio Oriente. L’indice della paura, il VIX, è balzato ai massimi degli ultimi tre mesi, toccando quota ventisette punti.
La doccia fredda della Corte Suprema sui dazi
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé incandescente per le vicende mediorientali, si è inserita una doccia fredda giudiziaria per l’amministrazione Trump. La Corte Suprema, con un voto di sei a tre, ha dichiarato illegittimi i dazi generalizzati che il presidente aveva imposto nei mesi scorsi invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), la legge sui poteri economici di emergenza. La sentenza, firmata dal giudice capo John Roberts, ha sostanzialmente ridimensionato il raggio d’azione dell’esecutivo in materia di politica commerciale, stabilendo che il potere di regolare le importazioni non include quello di tassarle, e che simili decisioni, per la loro portata economica e politica, necessitano di una chiara autorizzazione da parte del Congresso. Per la presidenza Trump si tratta di una battuta d’arresto non indifferente, che getta nel caos la sua strategia commerciale e apre la strada a una ridda di cause legali. Una corte d’appello federale, nelle ultime ore, ha già respinto la richiesta dell’amministrazione di sospendere l’esecuzione della sentenza, consentendo di fatto a cinque piccole imprese, che avevano avviato l’azione legale, di proseguire nella richiesta di rimborso per i dazi versati e giudicati incostituzionali. Un verdetto che rischia di costare caro alle casse statali e che costringerà Trump a trovare nuove basi legali — forse nella Section 122 del Trade Act del 1974 — per portare avanti la sua politica protezionistica.
L’incubo tecnologico: quando un racconto distopico muove i mercati
Se la guerra e i dazi rappresentano variabili note, seppur esplosive, c’è un terzo fattore che sta contribuendo a rendere il clima di questa prima settimana di marzo particolarmente surreale: la paura dell’intelligenza artificiale. Non si tratta, questa volta, delle solite dichiarazioni sui rischi esistenziali per l’umanità, ma di un report pubblicato dieci giorni fa da Citrini Research, una piccola società di analisi indipendente, che ha gettato nello sconforto una parte consistente del mercato azionario. Il rapporto, intitolato “The 2028 Global Intelligence Crisis”, è stato scritto sotto forma di memo immaginario datato giugno 2028, in cui si descrive un mondo in cui l’AI ha sostituito in massa i lavoratori della conoscenza, innescando una spirale recessiva senza precedenti. Un’ “autopsia preventiva”, l’ha definita il suo autore James van Geelen, che in un’intervista successiva ha confessato tutto il suo stupore nel vedere come il mercato abbia preso per buona un’ipotesi che lui stesso riteneva avere solo una probabilità di realizzazione tra il dieci e il quindici per cento. Eppure, al momento della pubblicazione, il Titolo IBM era crollato del tredici per cento, e società come DoorDash e American Express avevano perso oltre il sei per cento.
La tesi di van Geelen, che si basa sull’accelerazione esponenziale delle capacità degli agenti autonomi — capaci di operare ininterrottamente per sedici ore contro i due minuti di due anni fa — è che la rivoluzione in corso sia profondamente diversa dalle precedenti. Non si tratta di sostituire il lavoro manuale o le mansioni ripetitive, come avvenne durante la rivoluzione industriale, ma di colpire al cuore la classe media impiegatizia, quei professionisti con salari annui tra i centocinquantamila e i trecentomila dollari che costituiscono la spina dorsale dei consumi e del sistema creditizio. Le aziende che basano il loro modello di business sulle cosiddette “friction cost”, cioè sul disagio e sulla lentezza burocratica che finora ha protetto i loro margini, potrebbero essere le prime a crollare come castelli di carta. In questo clima di incertezza, dove le notizie vere e quelle verosimili si mescolano creando un cocktail esplosivo, gli investitori si preparano a una settimana densa di appuntamenti: tra i dati sull’occupazione, le vendite al dettaglio e le prossime mosse della Federal Reserve, il rischio è che la volatilità torni a essere l’unica compagna di viaggio affidabile.




