Gli Usa non condannano la strage di Sumy, mentre Mosca chiede le dimissioni di Kallas

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la tensione internazionale cresce, l’amministrazione americana dimostra ancora una volta di non voler assumere una posizione netta contro Mosca, nonostante le pressioni interne e internazionali. Donald Trump, che pure ha più volte dichiarato di voler porre fine al conflitto in Ucraina, sembra invece evitare ogni gesto che possa compromettere un eventuale dialogo con Vladimir Putin. Lo dimostra il rifiuto di firmare il documento del G7 che condannava il bombardamento russo su Sumy, dove 35 civili sono stati uccisi in un attacco deliberato. Una scelta che, al di là delle implicazioni morali, tradisce una visione strategica discutibile: quella di preservare, a ogni costo, uno spazio negoziale con il Cremlino.

Non è un caso che, nello stesso periodo, l’inviato speciale Steve Witkoff abbia suggerito a Trump di riconoscere l’annessione russa di cinque territori ucraini occupati, una proposta che ha spinto Volodymyr Zelensky a reagire con durezza. «Chi discute di queste soluzioni – ha detto il presidente ucraino – va oltre le proprie competenze». Una linea rossa, quella della cessione territoriale, che Kiev non intende superare, nemmeno di fronte alle pressioni di un alleato sempre più ambiguo.

Intanto, il vicepresidente J.D. Vance continua a criticare l’Europa e Zelensky, alimentando un clima in cui gli alleati tradizionali degli Usa appaiono sempre più come semplici gregari, piuttosto che partner strategici. Una deriva che non sfugge a Kaja Kallas, Alto Rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, la quale in un’intervista ha ribadito senza mezzi termini la necessità che Trump eserciti una pressione concreta su Putin. «La Russia non è un Paese democratico, e Putin è un dittatore – ha dichiarato –. Ma io non ho paura delle loro minacce». Parole che arrivano dopo che il Cremlino ha chiesto esplicitamente le sue dimissioni, accusandola di «politica antirussa».

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