Zelensky accusa gli alleati dopo la strage di Sumy e chiede nuove armi
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Redazione Esteri
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L’attacco missilistico che ha colpito Sumy il 13 aprile, giorno della Domenica delle Palme, ha lasciato dietro di sé una scia di sangue: 34 morti, tra cui due bambini, e oltre un centinaio di feriti. Le immagini della devastazione, compreso il video straziante di una bambina che grida dopo essere stata colpita, hanno fatto il gioco del mondo, riaccendendo l’indignazione internazionale. Ma per Volodymyr Zelensky, questa non è solo l’ennesima tragedia di una guerra che va avanti da 1.146 giorni. È il segnale che gli alleati occidentali, nonostante le dichiarazioni di sostegno, stanno fallendo nel garantire all’Ucraina gli strumenti per difendersi.
In un messaggio serale diffuso sui social, il presidente ucraino ha usato toni durissimi, accusando Stati Uniti e Europa di non esercitare una pressione sufficiente su Mosca. "La Russia non ha paura, per questo continua ad attaccare", ha scritto su X, sottolineando come l’assenza di una risposta decisa incoraggi nuove offensive. Già nelle ore immediatamente successive alla strage, Zelensky aveva definito Putin "un bastardo" per aver colpito civili riuniti in preghiera, chiedendo una "reazione mondiale". Ma il suo appello serale è andato oltre, trasformandosi in una richiesta esplicita di più armi e meno esitazioni.
L’episodio di Sumy, il secondo attacco su larga scala contro civili in poco più di una settimana, ha riacceso il dibattito sul sostegno militare all’Ucraina. Anche tra i partner più stretti di Kiev, come Germania e Stati Uniti, le divisioni persistono: se da un lato Berlino ha condannato senza riserve ciò che il leader cristiano-democratico Friedrich Merz ha definito "un crimine di guerra", dall’altro Washington – pur esprimendo sdegno attraverso le parole dell’inviato speciale di Trump, Kellogg – non ha annunciato nuovi invii di armamenti.




