Trump e la “punizione” all’Italia: “Non ci avete aiutati con l’Iran, ritiro le truppe”
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Redazione Esteri
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La frattura tra gli Stati Uniti e i tradizionali alleati europei, già messa a dura prova dalle tensioni commerciali e dai costi della difesa, ha subito un’ulteriore e lacerante accelerazione nelle ultime ore. Dal cuore nevralgico dello Studio Ovale, il presidente americano Donald Trump – ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno – ha lanciato un ultimatum che suona come una minaccia concreta ai pilastri della sicurezza continentale. A chi gli chiedeva, in particolare, se l’amministrazione intendesse estendere il “pensiero” di una riduzione della presenza militare anche a nazioni come l’Italia e la Spagna, la risposta è arrivata secca, quasi scontata: “Probabilmente”. Un avverbio, quest’ultimo, che nella retorica del commander in chief assume i contorni di una promessa elettorale mantenuta, o quantomeno di un atto dovuto nei confronti di chi lo ha “tradito” durante le recenti convulsioni belliche in Medio Oriente.
La motivazione addotta dal presidente per giustificare questa drastica ipotesi di ridispiegamento delle truppe – che riguarda basi strategiche come quelle siciliane o quelle nella penisola iberica – affonda le radici nel conflitto contro l’Iran e nella disputa per il controllo dello Stretto di Hormuz. “L’Italia non è stata di alcun aiuto – ha tuonato Trump con il consueto tono tranchant – e la Spagna è stata terribile, assolutamente terribile”. L’accusa, che pochi giorni fa aveva preso di mira principalmente la Germania del cancelliere Friedrich Merz, si allarga dunque a comprendere l’intero fronte sud-europeo. Secondo la narrazione della Casa Bianca, Roma e Madrid non solo avrebbero rifiutato di partecipare attivamente alla coalizione guidata da Washington, ma si sarebbero anche opposte alla logistica necessaria per sostenere le operazioni congiunte israelo-americane, un atteggiamento che Trump definisce “inaccettabile” per chi beneficia dello scudo atlantico.
La guerra delle parole e lo scontro sullo Stretto di Hormuz
Mentre l’Iran continua a rivedere al rialzo il bilancio delle vittime – come nel caso del tragico attacco alla scuola elementare di Minab, avvenuto il 28 febbraio, primo giorno della guerra – e la diplomazia tenta di gestire la crisi umanitaria, il fronte occidentale si dimostra sempre più fragile. Il segretario di Stato Marco Rubio, intervenuto ai microfoni di Fox, ha infatti ribadito che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz è lontana dal soddisfare le richieste americane, gettando benzina sul fuoco di una trattativa già di per sé esplosiva. In questo contesto di massima tensione, la replica di Trump ai cronisti non lascia spazio a interpretazioni romantiche: il presidente si sente tradito da quelli che ha definito “i cattivi della Nato”, cioè quei Paesi che, pur godendo della protezione militare statunitense (si pensi al supporto garantito a Kiev durante la fase più calda del conflitto con la Russia), oggi tergiversano di fronte alla “necessità” di ripulire lo Stretto e neutralizzare la minaccia nucleare iraniana.
Il ragionamento, nella sua testa, è di una linearità disarmante. Se gli alleati europei non hanno voluto contribuire alla “tempesta inevitabile” – una tempesta che lo stesso Trump ha evocato riunendo i comandanti delle forze armate proprio in attesa di una nuova proposta di pace iraniana – allora perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a spendere risorse e uomini per difenderli? “Forse ritiro le truppe”, aveva anticipato giorni fa, e oggi quella possibilità diventa una probabilità. La strategia sembra chiara: usare la presenza militare come leva di ricatto economico e geopolitico. Per l’Italia, che ospita migliaia di militari a stelle e strisce (con una concentrazione significativa nelle basi del Nord e del Sud), uno scenario del genere rappresenterebbe uno smottamento profondo degli equilibri di potere nel Mediterraneo allargato, oltre a un duro colpo per quell’immagine di “alleato affidabile” che Roma ha sempre cercato di proiettare sul palcoscenico internazionale.
La reazione a freddo e il nodo della difesa europea
Se da un lato la Casa Bianca prepara “l'inevitabile tempesta” – tenendo aperta, comunque, la porta diplomatica in attesa che Teheran formuli un nuovo pacchetto di intese – dall’altro le cancellerie europee tentano di metabolizzare l’affondo. Le parole di Trump, pronunciate con quella tipica miscela di spregiudicatezza e teatralità che lo contraddistingue, arrivano in un momento delicato. Il conflitto con l’Iran è entrato ormai nel suo secondo mese, e sebbene Trump abbia più volte sostenuto che la guerra fosse “già vinta sin dal primo giorno”, la realtà della Stretto di Hormuz bloccato e delle petroliere che non transitano più dimostra il contrario. L’amministrazione è impegnata su più fronti: mentre si valuta l’ipotesi di una riduzione degli effettivi in Germania (dove Merz ha avuto il coraggio di criticare l’assenza di una “exit strategy”), lo sguardo si sposta verso sud.
Il caso italiano è forse quello più emblematico del cortocircuito comunicativo tra i due leader un tempo vicini. La premier Giorgia Meloni, che aveva costruito un solido rapporto personale con il tycoon, si è trovata a dover gestire la crisi diplomatica dopo la diffusione dei commenti offensivi del presidente americano, che non ha esitato a bollare la mancata adesione italiana alle operazioni in Iran come una mancanza di “coraggio”. Allo stesso modo, la Spagna di Pedro Sánchez – storicamente critica verso le iniziative unilaterali – viene accusata di essere “orribile”, un aggettivo pesante che fa presagire ritorsioni non solo sul piano militare, ma anche su quello commerciale. In questo gioco di specchi, la minaccia del ritiro delle truppe diventa un’arma a doppio taglio: da un lato, punisce chi non si allinea; dall’altro, spinge l’Europa a chiedersi se sia ancora il caso di delegare in toto la propria sicurezza a un partner così imprevedibile.
Le schermaglie nucleari e il fronte interno
Nonostante la tensione, Trump ha assicurato di non abbandonare del tutto la via diplomatica, anche se le premesse non sembrano affatto rosee. Il leader iraniano, dal canto suo, rivede costantemente i bilanci degli attacchi (come quello di Minab, dove il conteggio delle vittime è salito a quota 155) e stringe le maglie del conflitto. Tuttavia, è proprio sul fronte interno americano che si gioca una partita fondamentale. Nessuna legge ostacola formalmente la volontà presidenziale di ridispiegare le truppe, ma una simile mossa avrebbe implicazioni devastanti per la credibilità della Nato e per la sicurezza globale. La polemica con l’Italia, dunque, rischia di essere solo l’antipasto di una ridefinizione radicale dei ruoli all’interno dell’Alleanza Atlantica. Trump, con la sua consueta abilità nel giocare d’anticipo, ha già decretato che in quella guerra nessuno lo ha aiutato; e se nessuno lo ha aiutato, allora nessuno merita la protezione del “sceriffo” globale. Il monito è servito.




