‘Cuba è la prossima’: Alejandro, 73 anni, e un regime dopo l’altro tra black-out e l’assedio di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’isola è al buio da oltre trenta ore, un’interruzione che si somma a quelle precedenti in un crescendo di collassi che hanno messo in ginocchio la rete elettrica nazionale. Alejandro Rivero, cubano di settantatré anni, osserva la scena dalla sua abitazione con la pazienza di chi, in una vita, ne ha viste passare decine. Dalla dittatura di Fulgencio Batista alla Revolución de los barbudos, passando per la fine dell’Urss e il Periodo Especial, fino alle aperture di Barack Obama e alle minacce di Donald Trump, la sua esistenza è stata un susseguirsi di epoche che hanno cambiato pelle al Paese senza però restituirgli quella libertà che, ammette con amarezza, forse non ha mai conosciuto. “Siamo senza elettricità da oltre trenta ore – racconta – a Cuba bisogna avere pazienza”. Ma nella frase, pronunciata con la rassegnazione di chi è abituato a resistere, emerge anche un’analisi spiazzante per chi ascolta: “Ora meglio Trump che avere fame. Liberi mai, ma siamo stati felici”. Una provocazione che, nelle pieghe del racconto, rivela la complessità di un popolo stretto tra la necessità di sopravvivere e il ricordo di un’epoca passata.

L’assedio petrolifero e le eccezioni russe

Il collasso della rete elettrica cubana non è un fatto episodico, ma il sintomo di una strategia di pressione portata avanti dall’amministrazione Trump. Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti, finalizzato a interrompere l’arrivo di greggio venezuelano (storico fornitore dell’isola), ha di fatto strozzato le forniture energetiche, causando blackout continui che mettono a rischio anche i servizi essenziali. Il governo di Miguel Díaz-Canel, che guida il Paese caraibico, si trova così a gestire una crisi umanitaria aggravata dall’embargo. Tuttavia, in una mossa che rivela la natura selettiva dell’attuale politica estera americana, la Casa Bianca ha recentemente consentito l’attracco di una petroliera russa carica di greggio destinata all’isola. Lo stesso Trump, a bordo dell’Air Force One, ha dichiarato di non avere “alcun problema” se un Paese, in questo caso la Russia, decide di inviare aiuti, giustificando l’eccezione con la necessità che i cubani “sopravvivano”. Un’apertura che sembra contrastare con le minacce di dazi rivolte in precedenza a chiunque avesse tentato di aggirare il blocco, mostrando come il controllo delle risorse energetiche venga utilizzato come una leva geopolitica modulata a seconda degli interessi.

L’ombra di Southern Spear e il fantasma di Kharg

Mentre l’isola affronta la penuria di carburante, il contesto regionale si fa sempre più incandescente. La pressione militare esercitata dagli Stati Uniti attraverso l’operazione Southern Spear nel Mar dei Caraibi si inserisce in un quadro più ampio di riaffermazione della potenza americana nell’emisfero occidentale. Parallelamente, le dichiarazioni del presidente Trump relative ad altre aree critiche, come il Medio Oriente, fanno da eco alla strategia applicata a Cuba. In un’intervista al Financial Times, lo stesso Trump ha parlato apertamente dell’intenzione di “prendere il petrolio” dell’Iran, menzionando la possibilità di impadronirsi dell’hub di esportazione dell’isola di Kharg, un’operazione che il presidente ha paragonato a quanto già fatto in Venezuela. Se in Venezuela l’obiettivo era il controllo dell’industria petrolifera “a tempo indeterminato”, la logica applicata a Cuba sembra essere quella del soffocamento progressivo, in attesa che il collasso interno apra la strada a cambiamenti politici.

La resistenza quotidiana tra l’assedio e le parole di Trump

Nel frattempo, a L’Avana, la vita scorre tra l’attesa spasmodica del ritorno della corrente e la consapevolezza di essere al centro di una partita a scacchi che li vede come pedine. “Quello che possiamo fare è resistere, solo questo ci è rimasto”, ripeteva Luiz, un abitante di Centro Habana, accompagnando i cronisti per le strade del quartiere prima dell’ultimo black-out. Una resilienza che si scontra con le parole pronunciate da Trump durante un recente summit a Miami: “Cuba è la prossima”. Un’affermazione che il presidente ha cercato di sminuire chiedendo ai media di “far finta di non averla sentita”, ma che ha cristallizzato le paure di molti. I cittadini, abituati alle privazioni, osservano le evoluzioni giudiziarie e politiche: se da un lato ci sono stati contatti bilaterali tra i due governi per cercare una via d’uscita, dall’altro l’amministrazione Trump ha chiarito che non intende negoziare sulla struttura politica dell’isola. In questo vuoto, gli unici a muoversi sono i pescherecci che solcano il porto dell’Avana e le lunghe code davanti ai pochi distributori di benzina aperti, mentre l’unica certezza per chi, come Alejandro, ha attraversato decenni di storia, è che l’embargo non conosce respiro e che la sfida per la sopravvivenza, ancora una volta, si fa dura.

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