L’allarme della Bce sull’onda d’urto di Pechino e il miraggio del Pil

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non si tratta più, per l’Europa, di una semplice questione di concorrenza sleale sui prezzi dei tessuti o dei giocattoli. L’ascesa industriale della Cina ha cambiato radicalmente natura, e oggi punta dritta al cuore dell’alta tecnologia europea, mettendo sotto scacco le filiere della automazione, dell’elettronica e della chimica avanzata. In una analisi diffusa dagli economisti della Banca centrale europea, emerge un paradosso difficile da gestire per Francoforte: da un lato, le merci provenienti dal Dragone tengono a bada l’inflazione e regalano una boccata d’ossigeno al prodotto interno lordo; dall’altro, però, espongono la manifattura continentale al rischio di una emorragia strutturale e forse irreversibile.

L’effetto doppio delle importazioni sul sistema manifatturiero

Il problema, spiegano gli esperti, va spezzato in due parti distinte per essere compreso appieno. Se guardiamo ai beni intermedi – quei componenti, insomma, che entrano nelle fabbriche italiane o tedesche per essere assemblati – la penetrazione cinese assume i contorni di una manna fiscale. Lo studio della Bce quantifica questo vantaggio in modo piuttosto netto: una maggiore esposizione a questi beni ha trainato la produzione industriale europea verso l’alto di circa 0,6 punti percentuali, semplicemente perché i costi di produzione sono crollati. Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia. Quando a invadere i porti del Vecchio Continente sono i prodotti finiti – dall’auto elettrica già pronta al macchinario industriale chiavi in mano – l’effetto diventa devastante. In questo caso, l’aumento annuo delle importazioni si traduce in una riduzione della produzione locale stimabile intorno a un punto percentuale intero, bruciando posti di lavoro e capacità produttiva.

Il miraggio della crescita a breve termine

Proprio questa dualità genera quello che l’istituzione di Palazzo Madama definisce un “miraggio”. Nel breve periodo, l’afflusso di merci a basso costo agisce come un calmiere naturale: le famiglie europee, trovando tablet e pannelli solari a prezzi stracciati, possono destinare il reddito risparmiato ad altri consumi, gonfiando artificiosamente il Pil aggregato. La Bce riconosce questo meccanismo, sostenendo che l’effetto reddito compensa temporaneamente le perdite. Eppure, gli economisti avvertono che si tratta di un ossigeno ingannevole perché «non tiene conto dei rischi di lungo termine», in particolare quelli legati allo spiazzamento permanente della produzione e alle vulnerabilità strategiche. Il pericolo, insomma, è che l’Europa si ritrovi domani senza più la capacità di produrre da sola tecnologie sensibili, avendo scambiato la convenienza immediata con la propria sopravvivenza industriale.

La svolta hi-tech e il nodo dei sussidi statali

Quello che preoccupa maggiormente Pechino non è solo la quantità, del resto, ma la qualità della merce che esce dalle sue fabbriche. A differenza del primo “China shock” degli anni Duemila, oggi l’avanzata riguarda settori ad alto valore aggiunto come la transizione green o i veicoli elettrici. Un’analisi della Bce basata su modelli di equilibrio generale ha inoltre preso in considerazione la possibilità che questa competitività non sia solo il frutto di una maggiore produttività, ma anche di massicci sussidi statali. In quello scenario alternativo, la conclusione non cambia nei settori hi-tech – dove l’Europa comunque beneficia dei costi ridotti – ma si aggrava in quelli tradizionali, dove il declino accelera senza che l’effetto reddito riesca più a tamponare le perdite. Resta il fatto che, mentre il debito commerciale dell’Unione con Pechino vola verso i 360 miliardi, i produttori europei si trovano stretti tra la necessità di importare per restare vivi e l’urgenza di difendere quel che resta della loro autonomia.

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