Mafia, il maxi blitz di Palermo: la tecnocrazia mafiosa smantellata
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Redazione Interno
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Un vento impetuoso, quello delle indagini portate avanti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, ha spazzato via le velleità di Cosa nostra di ricostituire la Cupola, il vertice decisionale che per decenni ha governato gli affari criminali a Palermo. I mandamenti di San Lorenzo, Pagliarelli e Porta Nuova, pilastri storici dell’organizzazione mafiosa, sono stati disarticolati in un maxi blitz che ha portato all’arresto di 181 persone, tra cui figure di spicco e gregari. Nonostante i tentativi di riorganizzazione, anche attraverso l’uso di tecnologie avanzate e chat criptate per comunicare dai penitenziari, i boss palermitani si sono scontrati con un muro invalicabile: quello della legge, che ha saputo infiltrarsi nei loro piani con precisione chirurgica.
Tra le rivelazioni più significative emerse dalle indagini, c’è il ruolo degli informatori, alcuni dei quali insospettabili. Un avvocato, ad esempio, avrebbe avvertito Giovanni Salvatore Cusimano, boss di Partanna Mondello, della presenza di microspie nella sua auto e dell’imminente blitz dei carabinieri. L’incontro, avvenuto il 27 maggio 2023, è stato intercettato e documentato, aprendo un nuovo fronte di indagini su chi, al di fuori dei ranghi mafiosi, abbia contribuito a favorire le attività criminali.
Il ritorno prepotente di Cosa nostra al traffico di stupefacenti, con rapporti sempre più stretti con la ‘ndrangheta, ha dimostrato l’ambizione dei vertici mafiosi di riprendere il controllo del mercato della droga, garantendosi enormi capitali da reinvestire. Lo Zen, quartiere simbolo di Palermo, è stato al centro di questa strategia, con i boss che hanno imposto regole ferree per evitare il consumo di crack, considerato destabilizzante per il controllo del territorio. «Qua non voglio zombie», avrebbe detto uno di loro, sottolineando la volontà di mantenere un’immagine di ordine, pur nel caos criminale.
La mafia, come ricordava il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla “stidda” nel 1990, è un sistema che non ammette defezioni: «Dalla mafia ci si dimette solo con la morte». Livatino, che praticava la misericordia anche verso i criminali, era consapevole della pervasività del fenomeno e della sua capacità di sedurre, corrompere e distruggere. Oggi, a distanza di 35 anni, il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, ha ribadito lo stesso concetto, sottolineando come la lotta alla mafia sia una battaglia senza fine, fatta di indagini, sacrifici e una costante pressione giudiziaria.




