La separazione delle carriere, il no di Coppi e l’allarme di Lattanzi: «Così si indebolisce il potere giudiziario»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A poco più di tre settimane dal voto, il dibattito sulla riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere in magistratura si infiamma attorno alle parole di due giganti della giurisprudenza italiana, Franco Coppi e Giorgio Lattanzi, le cui posizioni, seppur con sfumature diverse, convergono nel mettere in guardia dal rischio di uno stravolgimento dell’assetto repubblicano. Da un lato, il penalista, forte di un’autorevolezza costruita in decenni di aule di tribunale, smonta quello che definisce il cavallo di battaglia dei sostenitori del Sì, dall’altro l’ex presidente della Corte Costituzionale scorge nel meccanismo della riforma, a suo dire, una sorta di cavallo di Troia studiato per ridurre il peso specifico della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato.

Nel video che sta circolando in queste ore e che è stato rilanciato sui canali social dei comitati per il No, il professor Coppi appare scettico di fronte alla retorica dei promotori del referendum, ai quali rivolge una sorta di sfida intellettuale. Chiede, il professore, di elencare almeno quattro conseguenze dirette e tangibili della separazione, quasi a voler smascherare l’astrattezza di un dibattito che, a suo avviso, si nutre più di slogan che di sostanza. Il suo ragionamento, però, si fa ancora più tagliente quando scende sul piano dell’esperienza concreta, quella che lui ha vissuto in prima persona. Confessa di non aver mai avuto motivo di sospettare, nella sua lunga carriera, che un giudice entrasse in aula con il preconcetto di favorire il pubblico ministero per una presunta appartenenza alla medesima «casta» o carriera. Il nodo, per Coppi, non è dunque strutturale, ma squisitamente etico, e si riassume in un termine che usa senza infingimenti: onestà. Una variabile, questa, che nessuna riforma, per quanto radicale, potrà mai codificare.

A gettare benzina sul fuoco di un confronto già rovente è però l’analisi, ben più politica e istituzionale, di Giorgio Lattanzi. L’ex giudice costituzionale, intervistato in questi giorni, non usa giri di parole e descrive l’intera operazione come un disegno volto a determinare quello che definisce un «generale indebolimento del potere giudiziario». La modifica costituzionale voluta dal governo, spiega Lattanzi, non si limiterebbe a separare i percorsi di giudici e pm, ma celerebbe una «furbata» – questo il termine che adopera – per esporre la magistratura a una «maggiore influenza della politica». Un’accusa pesantissima che riporta l’ago della bilancia su uno dei timori classici del costituzionalismo post-bellico: quello di un pubblico ministero non più indipendente, ma potenzialmente soggetto a direttive e condizionamenti esterni.

Il fantasma di Vassalli e la smentita della storia

Parallelamente al confronto tra i giuristi, la campagna referendaria si gioca anche su un altro fronte, quello della memoria storica e della corretta interpretazione del pensiero di chi la giustizia italiana l’ha plasmata. Il ministro Carlo Nordio, in diverse apparizioni pubbliche – l’ultima delle quali a Palermo – ha insistito nel presentare la riforma come una sorta di compimento naturale del codice di procedura penale del 1989, voluto da Giuliano Vassalli, arrivando a dichiarare che l’allora guardasigilli socialista «avrebbe voluto anche lui fare questa riforma».

L’affermazione, ripetuta come un mantra, ha però innescato una ridda di verifiche e smentite che ne minano alla base la fondatezza storica. A una lettura più attenta degli scritti e degli atti dell’epoca, emerge come Vassalli fosse, al contrario, un convinto sostenitore dell’unitarietà della magistratura e come la separazione delle funzioni, da lui introdotta, fosse per l’appunto solo funzionale e non certo carrieristica. Il tentativo di accreditare la riforma come una sorta di lascito testamentario del grande giurista viene quindi bollato come una «bufala» da più parti, ivi compresi studiosi che ne hanno frequentato il pensiero. Un’operazione, questa di attribuire a un padre nobile una paternità postuma, che rischia di trasformarsi in un boomerang, alimentando la percezione di una narrazione pubblica costruita su basi narrative fragili.

La discussione, lungi dal rimanere confinata nelle aule universitarie o nelle stanze dei bottoni, si riverbera così sulla campagna elettorale, restituendo l’immagine di una riforma che, come una lente, ingrandisce le fratture e le interpretazioni contrapposte del ruolo della giurisdizione. Da una parte chi, come Coppi e Lattanzi, vede nella separazione un rischio per l’equilibrio democratico, dall’altra chi, invece, la promuove come l’unica strada per garantire quella terzietà del giudice che, a loro dire, nel sistema attuale sarebbe solo una chimera.

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