Referendum giustizia, il fronte del No si organizza sul territorio: “Così si indebolisce la magistratura”
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Redazione Interno
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A poco più di tre settimane dal voto, con le prime avvisaglie della campagna referendaria che iniziano a popolare le piazze e le sale pubbliche un po’ ovunque nella Penisola, il fronte del No alla riforma costituzionale sulla giustizia cerca di tessere le fila di un’opposizione che si annuncia combattuta. L’appuntamento con le urne, fissato per domenica 22 e lunedì 23 marzo, rappresenta un passaggio cruciale per l’assetto istituzionale, e i comitati sorti spontaneamente un po’ ovunque moltiplicano gli incontri sul territorio per spiegare ai cittadini le ragioni di una bocciatura. Tra i tanti appuntamenti che punteggiano il calendario di queste settimane, l’iniziativa ospitata a Cremona allo Spazio Comune ha visto la partecipazione del senatore Alfredo Bazoli, esponente di spicco del Partito Democratico nella commissione Giustizia, il quale ha offerto una disamina puntuale dei motivi che, a suo avviso, dovrebbero indurre gli elettori a respingere il testo licenziato dal Parlamento.
Davanti a una platea attenta, composta da cittadini e da esponenti delle amministrazioni locali – tra cui la consigliera comunale Teresa Caso, l’assessore Franco Bordo e il segretario provinciale di Sinistra Italiana Paolo Losco – Bazoli ha messo in guardia dal rischio di uno stravolgimento dell’equilibrio dei poteri. Il nodo centrale, per il senatore, non risiede in una disputa tecnica tra addetti ai lavori, ma nella tenuta stessa delle garanzie costituzionali: la riforma, nel suo impianto, finirebbe per aggredire l’autonomia della magistratura senza peraltro risolvere i problemi strutturali che da decenni affliggono il sistema giudiziario italiano. Non si farebbe alcun passo avanti, secondo questa lettura, né sulla durata irragionevole dei processi, né sull’efficienza degli uffici giudiziari, né tantomeno sulla qualità della risposta che lo Stato è in grado di offrire al cittadino che chiede giustizia.
L’attacco all’indipendenza dei pm e il nodo del sorteggio
Il cuore della contestazione, così come emerge dagli interventi dei rappresentanti del comitato per il No, si concentra su alcuni pilastri specifici del disegno di legge costituzionale. Non si tratta, per i critici, di una semplice razionalizzazione dell’ordinamento, ma di una vera e propria “controriforma”, per usare le parole di esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, che modificherebbe in profondità il rapporto tra i magistrati e il potere politico. In particolare, l’istituzione di due distinti Consigli superiori della magistratura – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – rappresenterebbe, agli occhi dei promotori del No, una frattura rispetto al modello disegnato dai padri costituenti, i quali avevano concepito un organo unitario proprio per scongiurare influenze esterne e garantire l’indipendenza dell’intero ordine giudiziario.
Un altro punto sollevato con forza riguarda la composizione dei nuovi Csm e il meccanismo di sorteggio previsto per una parte dei loro componenti. Una modalità di selezione che, secondo il deputato Federico Gianassi intervenuto a un analogo incontro a Siena, rappresenterebbe un unicum nel panorama istituzionale italiano e avrebbe il chiaro obiettivo di ridurre la rappresentanza della magistratura, indebolendone di fatto la capacità di autogoverno. La critica, in questo senso, è che si tratterebbe di un attacco frontale al principio democratico che vuole la magistratura autonoma e indipendente da qualsiasi altro potere, primo fra tutti quello esecutivo, per garantire che nessuno, come è stato ricordato anche dalla Fiom Cgil di Siena, possa porsi al di sopra della legge.
La mobilitazione dal basso e i numeri della protesta
Che il fronte del No abbia deciso di giocare la partita anche sul terreno della mobilitazione popolare lo dimostra l’attivismo dei comitati locali, molti dei quali sorti in maniera spontanea o promossi dalle forze politiche di opposizione. Un esempio concreto arriva da Cittanova, in provincia di Reggio Calabria, dove il “Comitato Cittadino per il NO” ha annunciato l’allestimento di un banchetto informativo sul viale della Villa Comunale per domenica primo marzo, con l’intento di presidiare il territorio e dialogare con i cittadini. Una iniziativa che ricalca, nella forma, quella di tante altre piazze italiane, dove l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere anche chi non segue quotidianamente il dibattito politico per spiegare le implicazioni di una scelta che il comitato definisce “rilevante per il futuro dell’assetto costituzionale”.
Questa spinta dal basso, peraltro, era stata anticipata dalla raccolta firme che aveva portato all’indizione del referendum stesso. Sebbene la richiesta di referendum possa essere avanzata da un quinto dei membri di una Camera, la raccolta promossa dalle opposizioni ha superato ampiamente la soglia, raccogliendo cinquecentomila firme in poche settimane. Un risultato che, nelle dichiarazioni di Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra, è stato interpretato come una risposta all’“arroganza di un governo” che intenderebbe agire in maniera impunita, colpendo gli strumenti investigativi che hanno permesso di contrastare fenomeni come la mafia e la corruzione. Una lettura, questa, che lega la battaglia referendaria a un più ampio contrasto politico sull’assetto dello Stato di diritto e sulle garanzie da assicurare ai cittadini nei confronti dei poteri forti.
I numeri di una riforma contestata: costi e prospettive secondo i critici
Al di là delle dichiarazioni di principio, la campagna per il No sta cercando di portare l’attenzione anche su aspetti più concreti e misurabili della riforma. Secondo le stime diffuse da Alleanza Verdi e Sinistra, l’attuazione del nuovo impianto normativo comporterebbe un aggravio burocratico e di costi non indifferente. Si parla, in particolare, di un possibile triplicarsi delle spese, un aumento che andrebbe nella direzione opposta rispetto a qualsiasi ipotesi di semplificazione e che, soprattutto, non si tradurrebbe in una maggiore tutela per i cittadini. I dati, per quanto contestabili, provano a sfatare il mito di una riforma che renderebbe il sistema più efficiente e veloce.
Del resto, la polemica politica si è spinta anche su terreni storiograficamente complessi. A Bologna, nel corso della presentazione di un instant book dedicato alla riforma, l’ex presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, ha lanciato un monito che ha fatto discutere. Secondo Bolognesi, infatti, se all’epoca della strage alla stazione fosse stata in vigore una riforma come quella attuale, forse non si sarebbe mai arrivati alla verità giudiziaria; il nuovo sistema, a suo avviso, impedirebbe ai giudici di indagare fino in fondo, minando la possibilità stessa di fare giustizia su fatti di sangue di rilevanza nazionale. Dichiarazioni che hanno suscitato la replica del deputato di Forza Italia Davide Bergamini, il quale ha parlato di strumentalizzazione di una pagina dolorosa della storia italiana, ribadendo che la separazione delle carriere serve semmai a rafforzare il principio di terzietà del giudice.




