Referendum giustizia, Meloni attacca: “È una riforma di buonsenso, non di destra”. Ma Monti frena: “Indebolisce lo Stato di diritto”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna per il referendum sulla giustizia, che si terrà tra pochi giorni, il 22 e 23 marzo, entra nel suo vivo e lo scontro politico si fa sempre più aspro, con il governo che spinge per la conferma della riforma costituzionale e personalità di spicco, anche dell’establishment, che invece ne denunciano i rischi. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una serie di interviste e apparizioni pubbliche, sta cercando di riportare il dibattito sul merito del provvedimento, cercando di sottrarre la consultazione alla logica dello scontro tra opposte fazioni politiche. In un’intervista rilasciata al quotidiano Il Dubbio, la premier ha spiegato le ragioni del suo appello al voto favorevole, descrivendo la legge come una misura di “semplice e puro buonsenso”. La riforma, ha argomentato, non appartiene a uno schieramento specifico e, anzi, molti dei suoi punti cardine – come la separazione delle carriere dei magistrati e il sorteggio per i componenti del Consiglio superiore della magistratura – erano stati sostenuti in passato da coloro che oggi li contestano, una circostanza che, secondo Meloni, rivelerebbe l’intento meramente ostruzionistico delle opposizioni.

L’appello della premier e la controffensiva di palazzo Chigi in caso di vittoria del Sì

Nel suo ragionamento, la presidente del Consiglio ha insistito molto sulla natura trasversale della riforma, che andrebbe a toccare, ha detto, “la libertà e i diritti” di ogni cittadino, e non certo a colpire la magistratura. Ha respinto con forza le accuse di voler limitare l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, anzi, ha citato il sostegno di numerosi magistrati, tra cui pubblici ministeri e presidenti di Corte d’Appello, come prova che il provvedimento non è diretto contro la categoria, ma anzi vuole restituirle prestigio, compromesso – a suo dire – dalle logiche correntizie che hanno minato la credibilità dell’intero sistema. La questione, però, non riguarda solo il consenso da raccogliere, ma anche la gestione politica del dopo-voto. Fonti parlamentari e di governo rivelano che, in caso di vittoria del Sì, è già stato delineato un piano per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Pur essendo il padre formale della riforma, il ministro verrebbe di fatto commissariato: a scrivere i decreti attuativi, un passaggio cruciale senza il quale la legge resterebbe inapplicata, sarebbe direttamente palazzo Chigi, con la premier pronta a sedersi al tavolo con avvocati e rappresentanti delle toghe per raccoglierne suggerimenti, ma anche per dettare i tempi e i modi dell’entrata in vigore delle nuove norme.

L’allarme di Monti e le critiche sull’equilibrio dei poteri

A rompere il coro e a lanciare un monito chiaro è stato l’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Mario Monti. Intervenendo con un’intervista al Corriere della Sera, l’ex senatore a vita ha annunciato il suo voto contrario, motivandolo con una preoccupazione di fondo che definisce “strutturale”. La riforma, secondo Monti, pur potendo apparire ai più come un intervento limitato, rischia di innescare uno “smottamento” ben più grave per gli equilibri della Repubblica. “Temo indebolirebbe lo Stato di diritto”, ha dichiarato l’ex presidente, esprimendo un parere che si discosta nettamente dalla narrazione governativa. Per Monti, la modifica costituzionale altererebbe il bilanciamento dei poteri, un pilastro fondamentale di ogni democrazia liberale, e per questo motivo ha annunciato il suo voto al referendum. Un’analisi, la sua, che si concentra sugli effetti sistemici della riforma, più che sui singoli punti, e che mette in guardia da quella che definisce una possibile “grande frana” conseguente a un voto favorevole.

Il nodo della separazione delle carriere e il nuovo Csm sorteggiato

Al centro del referendum, che si svolgerà senza quorum strutturale in quanto confermativo di una legge costituzionale, ci sono alcuni pilastri portanti del sistema giudiziario. Il principale è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti, quelli che emettono le sentenze, e magistrati requirenti, i pubblici ministeri che conducono le indagini. Oggi l’accesso alla magistratura avviene tramite un unico concorso, e il passaggio da una funzione all’altra, seppur limitato e possibile solo nei primi nove anni di carriera, è ancora permesso a circa una ventina di magistrati all’anno. La riforma, invece, introduce due percorsi distinti e impermeabili fin dall’inizio, con l’obiettivo dichiarato di garantire la terzietà del giudice, evitando che questi si senta psicologicamente legato alle tesi dell’accusa, con cui condivideva formazione e ambiente professionale. Oltre a questo, viene rivoluzionato il sistema di autogoverno della magistratura: non più un solo Consiglio superiore della magistratura, ma due distinti, uno per i giudici e uno per i pm, e i loro membri non saranno più eletti, ma scelti per sorteggio. I membri togati verrebbero estratti a sorte tra tutti i magistrati, mentre quelli laici da una lista definita dal Parlamento, una misura pensata per stroncare il potere delle correnti, ma che, secondo i critici, rischia di introdurre un elemento di casualità poco compatibile con la selezione delle alte professionalità necessarie a governare la magistratura.

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