Tanisi: la riforma del governo indebolisce i diritti e l'equilibrio dei poteri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non una riforma della giustizia, bensì una riforma della magistratura: è questa la netta distinzione tracciata da Roberto Tanisi, già presidente del Tribunale di Lecce, riguardo al testo sottoposto a referendum. Secondo il magistrato, che esprime un giudizio tecnico e circostanziato, il provvedimento evita completamente i nodi strutturali che da decenni affliggono il sistema, come i tempi biblici dei processi o l’intasamento degli uffici, per concentrarsi invece su una riorganizzazione degli assetti di governo interno. «La giustizia ha altri problemi», osserva Tanisi, «e nessuno di questi problemi viene affrontato dalla riforma». Il suo contenuto, al contrario, mira a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, a sdoppiare il Consiglio Superiore della Magistratura e a istituire un’alta corte disciplinare, modifiche che, a suo parere, alterano gli equilibri fondamentali.

Il fronte del no si allarga dalla società civile

Quella sollevata da Tanisi non è una voce isolata, ma si inserisce in un coro di opposizione che sta assumendo dimensioni nazionali, coagulando settori diversi della società. A Messina, ad esempio, si è costituito da pochi giorni il Comitato per dire no al referendum, un coordinamento che raccoglie rappresentanze dell’avvocatura, della magistratura, del mondo accademico e di semplici cittadini, i quali intendono partecipare attivamente alla campagna per respingere la cosiddetta legge Nordio. L’iniziativa, presentata a livello nazionale solo tre giorni prima della nascita della sezione locale, dimostra una capacità di mobilitazione rapida e trasversale, segno di una preoccupazione che travalica le cerchie degli addetti ai lavori. La scelta di eleggere come coordinatore Luigi D’Andrea, ordinario di diritto costituzionale, e di includere nel direttivo figure come l’avvocato Aurora Notarianni, sottolinea poi una precisa volontà di aperture esterne all’ordine giudiziario.

La critica delle associazioni dei consumatori

Allo stesso fronte ha aderito con convinzione anche Federconsumatori, associazione che tutela gli interessi dei cittadini in quanto utenti del servizio giustizia. La sua presa di posizione, carica di rammarico, parte da un presupposto chiaro: ci si sarebbe aspettati un intervento legislativo finalizzato ad accelerare i tempi dei processi, a semplificare le procedure e a favorire un accesso più agevole alla giustizia. Invece, constata l’associazione, la modifica costituzionale proposta dalla maggioranza di governo è sostanzialmente rivolta a modificare gli equilibri tra i poteri dello Stato, tentando di limitare l’autonomia di quello giudiziario. Una visione, questa, che sposta l’attenzione dalle esigenze pratiche dei cittadini, costretti ad affrontare lungaggini spesso insostenibili, verso una ristrutturazione degli apparati i cui effetti diretti sulla funzionalità quotidiana dei tribunali appaiono, al momento, quantomeno opachi.

I rischi percepiti per l’autonomia e i diritti

Il nucleo della contestazione, quindi, ruota attorno al timore che la riforma, presentata come un’operazione di razionalizzazione e di rafforzamento di garanzie, possa in realtà produrre l’effetto contrario, indebolendo alcune tutele fondamentali. La separazione delle carriere, se da un lato è invocata da molti per garantire una maggiore terzietà del pubblico ministero, dall’altro è vista da chi vi si oppone come un primo passo per una sua maggiore subordinazione al potere politico. La creazione di un’alta corte disciplinare e la scissione del CSM, d’altronde, sono interpretate come strumenti che potrebbero minare l’unitarietà e l’indipendenza della magistratura, pilastri su cui si fonda l’equilibrio dei poteri nella Costituzione repubblicana. Si tratta, in definitiva, di una discussione che tocca il cuore stesso dell’architettura democratica, mentre il comitato messinese “Giusto dire no” si prepara a organizzare la propria azione di controinformazione sul territorio.

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