La settimana decisiva per il referendum, Schlein guida il fronte del No in piazza del Popolo: "Una riforma che non migliora la giustizia, si indebolisce l'indipendenza dei giudici"
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Redazione Interno
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È stata una cornice di popolo, quella che mercoledì ha accolto a Roma, in piazza del Popolo, la chiusura della campagna referendaria del Partito Democratico e delle altre forze di opposizione, unite nel respingere la riforma della giustizia voluta dalla maggioranza e sostenuta dal ministro Carlo Nordio, su cui gli italiani sono chiamati ad esprimersi il 22 e 23 marzo. La segretaria dem Elly Schlein, intervenuta a margine della manifestazione conclusiva, ha ribadito con forza le ragioni del "No", incentrando il suo discorso sulla necessità di preservare l'architettura costituzionale e l'equilibrio tra i poteri dello Stato. "Noi chiediamo di votare No", ha dichiarato Schlein, "a una riforma che non migliora la giustizia per i cittadini, ma che al contrario indebolisce l'indipendenza dei giudici. Voteremo No per difendere la nostra Costituzione e quell'equilibrio tra i poteri che hanno voluto i nostri costituenti". Un'argomentazione, quella della leader dem, che si fonda sul presupposto che la modifica di sette articoli della Carta, introducendo la separazione delle carriere e la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, non incida positivamente sull'efficienza del sistema giudiziario, bensì ne minacci l'autonomia.
Le perplessità sollevate dalla segretaria trovano eco nelle dichiarazioni di numerosi esponenti del partito, impegnati sul territorio in una mobilitazione che si è fatta via via più intensa con l'avvicinarsi della consultazione. In una nota diffusa nei giorni scorsi, la segreteria comunale del Pd di Lucca aveva già messo in guardia dai rischi di un'approvazione, sottolineando come la riforma potrebbe "modificare profondamente l'assetto della magistratura nel nostro paese, indebolendo fortemente anche il principio della suddivisione dei poteri dello Stato su cui si fonda la nostra democrazia e il nostro ordinamento costituzionale". Un timore, questo, che va oltre la mera disputa politica per toccare le fondamenta stesse dello Stato di diritto, e che vede schierati insieme militanti, iscritti, cittadini e simpatizzanti in quella che viene descritta come una difesa attiva della Carta. Il concetto di fondo, ripreso in diverse occasioni, è che il meccanismo del sorteggio per i membri del Csm e la creazione di due distinti organi di autogoverno finirebbero per esporre la magistratura a influenze esterne, rompendo quel patto di indipendenza che garantisce ai cittadini un giudice imparziale.
Un fronte ampio che dalla politica si allarga alla società civile
La mobilitazione, però, non è stata esclusiva appannaggio dei partiti. Il Teatro Diana di Napoli, nei giorni antecedenti la chiusura romana, ha ospitato una delle tappe più partecipate della "Staffetta in difesa della Costituzione", iniziativa promossa dal comitato locale "È giusto dire No". L'evento, condotto dalla giornalista Carmen Lasorella, ha visto susseguirsi gli interventi di magistrati, scrittori e accademici, in un clima di partecipazione civile che ha riempito la sala, lasciando fuori oltre un centinaio di persone. È un segnale, quest'ultimo, che testimonia come il dibattito abbia varcato i confini delle sedi istituzionali per radicarsi nel tessuto sociale, trasformandosi in una questione che interessa da vicino la percezione che i cittadini hanno della giustizia e della sua autonomia dal potere politico. In questo contesto si inseriscono anche le parole di Tomaso Montanari, storico dell'arte e rettore, il quale ha parlato apertamente di una "regressione spaventosa", evocando scenari bui e paragonando i possibili esiti della vittoria del Sì a situazioni già vissute in epoche passate, alimentando un dibattito che si fa di giorno in giorno più acceso.
L'attacco al cuore della Costituzione e la replica del governo
La tesi degli oppositori, che Schlein ha sintetizzato con efficacia, poggia sull'idea che la riforma non solo non acceleri i processi né risolva i problemi cronici della macchina giudiziaria, come la lentezza o la precarietà del personale, ma si configuri piuttosto come un disegno politico volto a porre un argine al controllo di legalità sull'operato dell'esecutivo. "A me spiace", ha aggiunto la segretaria dem, "che la destra non abbia voluto raccogliere l'appello di alto profilo che è arrivato dal Presidente della Repubblica Mattarella. Noi stiamo facendo una campagna tutta sul merito, proprio per spiegare perché è una riforma che non migliora la giustizia per i cittadini". Non è un caso, quindi, se nelle parole del fronte del No riecheggi spesso la necessità di difendere l'eredità dei costituenti, quasi a voler tracciare una linea di continuità ideale tra chi scrisse la Carta nel dopoguerra e chi oggi si oppone a quella che viene percepita come una sua manomissione. A Napoli, del resto, la stessa Schlein aveva già sottolineato come la riforma "non migliora la giustizia, lo dice perfino Nordio, che non velocizza i processi, non stabilizza i precari della giustizia, ma che spacca e sorteggia il Csm".




