Referendum giustizia, il fronte del No si compatta: “Così si indebolisce l’indipendenza dei magistrati”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la campagna referendaria entra nel suo rush finale, con le urne aperte domenica 22 e lunedì 23 marzo, il dibattito pubblico sulla riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere in magistratura si fa sempre più acceso, polarizzandosi attorno a due visioni opposte del sistema giudiziario e, più in profondità, dell’equilibrio dei poteri nella democrazia italiana. Da un lato, i sostenitori del "Sì", compattamente schierati con la maggioranza di governo, vedono nel testo voluto dal ministro Carlo Nordio un passo decisivo verso un processo più giusto e verso una maggiore efficienza; dall'altro, il fronte del "No" – che riunisce gran parte delle opposizioni parlamentari, esponenti del mondo associativo e una consistente parte della magistratura – denuncia quella che ritiene essere una manovra destinata a minare l'autonomia e l'indipendenza dei giudici, senza peraltro risolvere i nodi strutturali che da decenni affliggono la giustizia italiana.

A sostenere le ragioni del voto contrario si è speso, tra gli altri, Alessandro Nencini, magistrato con quarantaquattro anni di carriera alle spalle e già presidente di una sezione della Corte d’Appello di Firenze, oggi coordinatore regionale del comitato per il "No". Secondo Nencini, il cuore del problema non risiede affatto nella separazione delle funzioni – che, a suo dire, sarebbe già di fatto agevolata dalla riforma Cartabia – ma nell'architettura complessiva di un intervento che, lungi dal migliorare il "servizio giustizia" per i cittadini, si limiterebbe a stravolgere l'assetto costituzionale. Le criticità vere, ha spiegato in più occasioni il magistrato, sarebbero altre e ben più prosaiche: mancano le risorse, manca il personale amministrativo, e la durata dei processi, quella sì una piaga sociale, non verrebbe intaccata di un solo giorno da questa modifica. L'allarme, per i giuristi del "No", riguarda piuttosto la tenuta del Consiglio Superiore della Magistratura, che con la riforma verrebbe di fatto scisso, e l'introduzione di meccanismi come il sorteggio per i componenti togati o la creazione di una Corte disciplinare separata, elementi questi che, nella loro visione, renderebbero la magistratura più vulnerabile a pressioni esterne e a logiche di potere.

Una mobilitazione che unisce le opposizioni, tra tensioni e colpi di scena

La campagna per il "No" ha trovato la sua espressione più visibile nella manifestazione che si è tenuta a Roma, in piazza del Popolo, dove migliaia di cittadini si sono radunati nonostante il vento gelido e un filo di pioggia. Un appuntamento che ha visto la partecipazione dei principali leader del cosiddetto "Campo largo", sebbene la loro presenza sia apparsa quantomai simbolica e contingentata. Giuseppe Conte, arrivato poco dopo le 19, si è fermato lo stretto indispensabile per salire sul palco e per un veloce, quasi scaramantico, abbraccio con Elly Schlein, che lo ha salutato con un confidenziale "Giuse’". I leader, consapevoli forse della delicatezza del momento, si sono sottratti alla tradizionale foto di rito tutti insieme: "Porta male", hanno scherzato in molti, quasi a voler esorcizzare le tensioni che pure attraversano un'alleanza così eterogenea.

In questa stessa piazza, ha preso la parola anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha letto la consultazione in una chiave ancora più ampia, quasi esistenziale, collegando la difesa della Carta costituzionale – quella che all'articolo 11 ripudia la guerra – alla necessità di respingere quella che ha definito "un'aggressività pericolosa" nel dibattito politico. Landini ha annunciato che, al di là dell'esito del voto, il lavoro comune per proporre una "vera riforma della giustizia" non si fermerà, sottolineando come i problemi di fondo, a partire dal precariato e dalla cronica mancanza di investimenti, restino del tutto irrisolti da questo testo.

Il fronte del Sì e l'appello inaspettato del mondo produttivo

Dall'altra parte dello schieramento, i promotori del "Sì" continuano a battere un tasto diverso, incentrato sulla necessità di restituire fiducia nei confronti della magistratura e di garantire quella che la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha definito "la fine di una promiscuità" che, specialmente nelle procure più piccole, vedrebbe giudici e pubblici ministeri lavorare troppo spesso "a braccetto", minando così la terzietà del giudice. Il governo, con il ministro Nordio in prima fila, insiste nel presentare la riforma come un presidio di garanzia per l'imputato, un baluardo contro possibili abusi.

Parallelamente, a pochi giorni dal voto, si è registrato un fatto nuovo e di un certo peso: un appello congiunto, firmato dai presidenti di sei tra le più importanti associazioni di categoria del Paese – Confindustria, Confcommercio, Confagricoltura, Coldiretti, Confartigianato e Confcooperative – che invita i cittadini a recarsi alle urne con consapevolezza. In una lettera comune, i rappresentanti del mondo imprenditoriale hanno definito la giustizia "una vera e propria infrastruttura del sistema produttivo", essenziale al pari delle reti energetiche o della logistica per programmare con fiducia, innovare e creare ricchezza. Pur senza indicare esplicitamente un orientamento di voto, l'accento posto sulla necessità di una giustizia efficiente per la competitività del sistema Italia suona come un richiamo forte all'importanza della posta in gioco, anche e soprattutto in termini economici. Un richiamo che, paradossalmente, potrebbe alimentare le argomentazioni di entrambi gli schieramenti: per chi vede nella separazione delle carriere un viatico verso una maggiore efficienza e per chi, invece, ritiene che l'efficienza si ottenga solo con più risorse e personale, non certo con una riforma costituzionale percepita come ideologica.

I nodi tecnici di una riforma che divide gli addetti ai lavori

Nel merito delle modifiche, il confronto si fa serrato e ricco di sfumature tecniche. Se è vero, come spiegano molti costituzionalisti, che la separazione delle funzioni tra giudice e pubblico ministero è già una realtà nel nostro ordinamento – con il passaggio dall'una all'altra carreira che è oggi un'eccezione – è altrettanto vero che la riforma introduce elementi di discontinuità radicale. Tra questi, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due distinti organi (uno per i giudici e uno per i pm) e l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare i cui componenti, in parte laici, potrebbero essere più esposti a logiche di nomina politica.

I critici, come il professor Enrico Grosso, presidente del comitato per il "No", sottolineano come molti aspetti cruciali di questa architettura siano demandati a future leggi ordinarie, rendendo di fatto l'esito del voto un salto nel buio. "Per risolvere i problemi della giustizia servirebbero risorse ingenti – ha sostenuto Grosso in un recente confronto con lo stesso ministro Nordio – questa riforma non le prevede e, pertanto, rischia di essere una soluzione che non affronta la radice dei mali cronici del sistema". Un'assenza di risorse che, unita alla percezione di un iter parlamentare quantomeno spedito – definito da Nencini "a passo di fanfara", con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale avvenuta lo stesso giorno del voto parlamentare – alimenta il sospetto, tra i sostenitori del "No", che si tratti più di un'operazione politica che di un autentico intervento di buon governo della giustizia.

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