Il casale, la bomba instabile e il miraggio della guerra sociale
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Redazione Interno
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Nella notte tra giovedì e venerdì, il Parco degli Acquedotti a Roma è stato il teatro di un’esplosione che ha ridotto in macerie il Casale Sellaretto, un rudere abbandonato da anni. Sotto quelle macerie, gli inquirenti hanno trovato i corpi di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Quella che inizialmente poteva apparire come una tragica fatalità legata al degrado urbano si è rapidamente trasformata in un’inchiesta per terrorismo: i due, legati da una relazione sentimentale ma anche da un comune percorso politico, stavano confezionando un ordigno quando questo è detonato prematuramente. Non erano due senzatetto, come ipotizzato nelle prime ore dopo il ritrovamento, bensì figure note alla galassia anarco-insurrezionalista, entrambe con precedenti legami processuali ad Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto dal 2022 con il regime del 41-bis.
La dinamica dell’accaduto, ricostruita dalla Polizia Scientifica e dalla Digos, restituisce l’immagine di un cantiere illegale nel cuore della Capitale. Secondo quanto emerso dalla riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, convocata al Viminale dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, l’ordigno era stato realizzato con una miscela a base di fertilizzante e un innesco. Gli esperti della scientifica, che stanno ancora analizzando le macerie, hanno sottolineato come la particolare composizione – si ipotizza anche l’uso di plastico C3 o tritolo – rendesse il congegno estremamente instabile e quindi inadatto a essere trasportato per lunghe distanze, specialmente in un contesto urbano denso di controlli. È proprio questa instabilità tecnica, che ha finito per costare la vita ai due militanti, a fornire agli investigatori l’indizio più rilevante: il bersaglio dell’azione doveva trovarsi a pochi passi dal casolare.
Il quadrante degli obiettivi e il “colpo” impossibile
L’attenzione degli inquirenti si è così concentrata sul quadrante sud-est della capitale, un’area strategica dove insistono diversi obiettivi sensibili. A poco più di un chilometro di distanza dal casale del Sellaretto, sulla via Tuscolana, si trova il Polo Tuscolano della Polizia di Stato, un complesso di rilevanza strategica per la sicurezza cittadina. Non lontano, insistono anche infrastrutture ferroviarie, una caserma dei Carabinieri e sedi riconducibili al gruppo Leonardo, azienda operante nel settore della difesa e tradizionalmente finita nel mirino della propaganda antimilitarista. L’ipotesi, al momento ritenuta più accreditata dalla procura, è che la bomba fosse destinata proprio a una di queste strutture, con l’intenzione di compiere un attentato dimostrativo ad alto potenziale. L’impossibilità di spostare l’ordigno senza rischiare una detonazione accidentale suggerisce che l’attacco fosse pianificato per essere eseguito a piedi, attraversando il parco, probabilmente nelle ore immediatamente successive alla costruzione.
Il legame dei due con la causa di Alfredo Cospito rappresenta il filo conduttore che attraversa le indagini. Mercogliano era stato coinvolto nel processo “Scripta manent”, mentre Sara Ardizzone, 35 anni, era imputata nel procedimento “Sibilla”; durante un’udienza a Perugia, solo lo scorso gennaio, la donna aveva letto un proclama pubblico di solidarietà verso il detenuto. La scadenza del regime di 41-bis per Cospito, prevista per maggio, è ritenuta dagli investigatori un potenziale elemento scatenante che avrebbe potuto accelerare i tempi dell’azione violenta, trasformando il gesto in un messaggio di pressione prima del pronunciamento del ministero della Giustizia.
La retorica della “violenza necessaria” e la caccia ai fiancheggiatori
Mentre la Digos setaccia le celle telefoniche e analizza i flussi pedonali della serata per capire se qualcun altro fosse presente nel casolare prima dell’esplosione, nella galassia anarchica si moltiplicano i messaggi di sostegno e di esaltazione della scelta dei due. In un clima di alta tensione, è comparsa una rivendicazione firmata da alcuni circoli anarchici: “Sara e Sandro sono morti combattendo. La guerra sociale non è una recita, uno stile di vita o una sottocultura. È anzitutto una guerra”. Il testo, diffuso attraverso canali informali, definisce la violenza come una necessità rivoluzionaria, inscrivendo la morte dei due non come un incidente, ma come un esito coerente della loro militanza. Un altro comunicato, proveniente da ambienti della Valtellina, parla esplicitamente della “audace volontà di utilizzare ogni mezzo contro questo sistema”, spingendo l’asticella retorica verso una legittimazione dell’illegalità armata.
L’eco di queste parole ha trovato un riscontro materiale sui muri di Roma. Nella notte, alla fermata Marconi della metropolitana, sono comparse scritte con vernice nera e rosa: “La nostra vendetta sarà terribile”, “Morte agli oppressori”, oltre a frasi offensive contro le forze dell’ordine. Questi atti vandalici, sebbene autonomi rispetto alla rivendicazione formale, hanno indotto il Comitato per l’Antiterrorismo ad alzare ulteriormente il livello di allerta, consapevole della capacità della galassia anarco-insurrezionalista di attrarre consensi e di mobilitarsi rapidamente. Le indagini si concentrano ora sulla ricerca di eventuali fiancheggiatori, cioè coloro che potrebbero aver fornito supporto logistico, materiali o informazioni ai due prima della notte fatale, in un mosaico indiziario che il procuratore aggiunto sta cercando di ricomporre per delineare i contorni della cellula e prevenire possibili repliche.




