Il casale, l’ordigno instabile e il bersaglio nel mirino: le crepe nella trama nera degli anarchici
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La deflagrazione che giovedì notte ha polverizzato il silenzio del Parco degli Acquedotti, facendo crollare il Casale Sellaretto come un castello di carte, non è stata la tragica messinscena di un incidente domestico tra mura fatiscenti. A rivelarlo sono le stesse macerie, scandagliate ora centimetro dopo centimetro dalla polizia scientifica, che restituiscono l’immagine di un laboratorio clandestino esploso per un errore di calcolo fatale. Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due corpi estratti dai detriti, non erano semplici occupanti abusivi in cerca di riparo: erano, secondo la ricostruzione degli inquirenti, artefici e vittime di un attentato che non ha mai visto la luce, un’azione eversiva interrotta sul nascere da un’instabilità tecnica che li ha trasformati da attentatori a primi, involontari, bersagli della loro stessa violenza.
È la natura chimica dell’ordigno, rinvenuto in tracce residue tra i calcinacci, a fornire la bussola agli investigatori del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, riunito d’urgenza al Viminale dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Quella miscela a base di fertilizzanti, assemblata con un innesco artigianale, presenta un paradosso esplosivo: pur possedendo un potenziale distruttivo notevole – tale da sollevare il tetto della struttura prima di farla implodere – è al contempo un congegno estremamente “instabile”, inadatto a qualunque trasporto che non fosse a piedi e a distanza ravvicinata. Da questa fragilità tecnica scaturisce la prima ipotesi strategica, quella che oggi guida le indagini della Procura e le perquisizioni della Digos: l’obiettivo dell’azione, il bersaglio che Mercogliano e Ardizzone intendevano colpire, doveva necessariamente trovarsi nel raggio di pochi chilometri da quel casolare, forse addirittura all’interno dello stesso quadrante sud-est della Capitale.
Il mirino puntato sul Polo Tuscolano e la guerra sociale degli insurrezionalisti
Tra i possibili obiettivi che affollano questa mappa del terrore, delineata a margine della riunione tecnica al Viminale, spicca il Polo Tuscolano della Polizia di Stato, una struttura a un chilometro netto di distanza dal casale crollato, ben visibile oltre il verde del parco. Accanto a questa, gli inquirenti stanno valutando una rosa di bersagli simbolici che affollano l’immaginario della galassia anarchica insurrezionalista: gli snodi della rete ferroviaria dell’alta velocità, tradizionale obiettivo di azioni di sabotaggio, e la caserma dei carabinieri di zona, senza dimenticare le sedi di Leonardo, colosso della difesa già finito più volte nel mirino della propaganda antimilitarista, o i centri di permanenza per il rimpatrio dei migranti. La scelta della postazione non è dunque casuale: il casale, una vecchia casa cantoniera ottocentesca abbandonata da anni, offriva non solo la copertura necessaria per assemblare l’ordigno in segreto, ma anche una posizione strategica, a ridosso di infrastrutture ritenute sensibili.
La conferma che i due non fossero “lupi solitari” ma agissero all’interno di una struttura ideologica ben precisa arriva dalle prime rivendicazioni e dai proclami che hanno iniziato a circolare nei canali informali dell’area antagonista. “Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo”, si legge in un messaggio attribuito a circoli anarchici, dove si parla di “violenza necessaria” e della guerra sociale come di un impegno che non ammette vie di fuga. Un lessico che non lascia spazio ad ambiguità e che, nella notte successiva alla tragedia, ha trovato un inquietante contraltare sulle strade di Roma: scritte spray nere e rosa alla fermata Marconi della metropolitana hanno minacciato una “vendetta terribile”, accompagnate dalla firma di una rabbia che ora gli investigatori temono possa coagularsi attorno ad azioni dimostrative già in calendario.
Il filo rosso del 41-bis e la rete dei fiancheggiatori sotto pressione
A legare i due militanti deceduti – lui già condannato, lei prosciolta in precedenti procedimenti – alla corrente più radicale del movimento è il riferimento costante alla figura di Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al regime del 41-bis la cui pena, secondo quanto trapela dagli ambienti giudiziari, si avvicina a una scadenza cruciale. Ardizzone, in particolare, era nota per aver assunto posizioni pubbliche di sostegno al detenuto, leggendo proclami in aula durante i processi che coinvolgevano la galassia anarchica. Per gli inquirenti, l’ipotesi che l’attentato mancato fosse finalizzato a rilanciare la campagna a favore di Cospito – magari in concomitanza con assemblee pubbliche previste a Roma per il 10 aprile o con cortei già indetti per il 28 marzo – rappresenta uno dei filoni più seguiti.
Mentre il cordone della polizia scientifica continua a setacciare il casale alla ricerca di frammenti utili a risalire alla filiera di approvvigionamento dei materiali – l’ipotesi è che l’ordigno contenesse anche chiodi per aumentarne l’effetto offensivo – la Digos ha scatenato una caccia serrata ai fiancheggiatori. Cinque perquisizioni sono state eseguite negli ultimi giorni in abitazioni riconducibili all’area anarchica, con sequestri di materiale informatico e cartaceo, e almeno due persone vicine al contesto dei due deceduti sono state ascoltate dagli inquirenti, al momento senza che emergano elementi di coinvolgimento diretto nell’organizzazione dell’attentato. L’attenzione, ora, è tutta concentrata sulla ricostruzione dei movimenti delle vittime nelle ore precedenti alla deflagrazione e sulla mappa dei loro contatti, per capire se l’azione preparata nel casale fosse il frutto di un’iniziativa isolata di una cellula dormiente o se, invece, si inserisse in un disegno più ampio coordinato dall’esterno.




