Il covo sotto le Due Torri e la polvere instabile: il piano interrotto degli anarchici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’esistenza clandestina di Alessandro Mercogliano, detto “Sandrone”, 53 anni, e di Sara Ardizzone, 36 anni, si è interrotta nel modo più violento che la loro scelta di vita potesse prevedere: mentre fabbricavano un ordigno artigianale, forse destinato a un attentato, sono rimasti uccisi dall’esplosione che ha fatto crollare il casolare abbandonato nel parco degli Acquedotti, alla periferia sud-est di Roma. Non si è trattato di un incidente legato al degrado urbano, bensì di un tragico “errore di lavorazione” interno a una cellula dell’anarchismo insurrezionalista, quella galassia informale i cui contorni investigativi riemergono ora tra le macerie di un covo scelto per la sua vicinanza strategica a obiettivi sensibili.

A dare spessore alla storia passata di Mercogliano, che rispunta dopo anni di apparente quiescenza, è il suo legame con il territorio bolognese e in particolare con il quartiere delle Due Torri: in quegli anni, durante il via vai anarchico di via San Vitale 80, tra le lettere esplosive e le pentole diventate simbolo di una stagione di tensione, lui era una presenza fissa. Un passato che si intreccia con quello di Alfredo Cospito, l’anarchico attualmente detenuto al regime di 41-bis, attorno al cui destino sembra ruotare una delle ipotesi più accreditate sul possibile obiettivo dell’azione fallita. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la miscela a base di fertilizzanti e l’innesco che i due stavano assemblando erano talmente instabili da rendere impraticabile qualsiasi trasporto su gomma: il bersaglio, quindi, doveva essere a distanza ravvicinata.

Ed è qui che il quadro investigativo si infittisce. Il casolare si trova a pochi passi dal Polo Tuscolano della Polizia di Stato, sede dell’Antiterrorismo, e non distante da nodi ferroviari strategici o da infrastrutture collegate al settore della difesa, come il gruppo Leonardo, tradizionale obiettivo della propaganda antimilitarista. Per gli investigatori della Digos, coordinati dalla procura di Roma, l’ipotesi di un attentato imminente è la più solida, sebbene il quadro rimanga nebuloso in assenza di mappe o documenti che indichino con precisione il target. Quello che è certo è che l’ordigno, di dimensioni considerevoli e in grado di abbattere il solaio, era stato concepito per uccidere o danneggiare gravemente.

Nelle ore successive al ritrovamento dei corpi, avvenuto venerdì mattina dopo le segnalazioni di un runner, la Digos ha eseguito cinque perquisizioni in altrettanti appartamenti riconducibili alla galassia anarchica informale a cui i due appartenevano. Sebbene sia stato sequestrato materiale di varia natura, al momento gli inquirenti ritengono che quanto trovato non abbia un collegamento diretto con l’azione specifica che Mercogliano e Ardizzone stavano preparando. Sono state inoltre sentite due persone vicine alle vittime, risultate però estranee alla pianificazione dell’attentato.

Mentre gli inquirenti cercano di ricostruire la filiera che ha portato l’esplosivo nel casolare, emerge il ritratto umano di due figure considerate “rivoluzionarie fino all’ultimo istante” dai loro compagni. Pasquale Valitutti, ottantenne anarchico storico che fu testimone nel processo Pinelli, ha raccontato di come i due lo assistessero nella sua condizione di disabile, portandogli la spesa e pulendo casa, descrivendoli come persone “buone” lontane dalle accuse che gli investigatori stanno profilando. D’altra parte, il messaggio diffuso dai circoli anarchici nella penisola descrive la loro morte come una “morte in azione”, ribadendo il concetto che la guerra sociale richieda l’uso di ogni mezzo, compresa la violenza rivoluzionaria.

Sui muri della stazione Marconi, nella notte, sono comparse scritte che parlano di vendetta e che sono state prontamente rimosse dalle forze dell’ordine; il testo, firmato con le sigle dell’area, rivendica l’estremo gesto dei due come esempio di coerenza ideologica. Sara Ardizzone, del resto, aveva già manifestato pubblicamente la sua adesione all’idea anarchica durante un’udienza del processo Sibilla a Perugia, dichiarandosi “nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato”. Il suo compagno, Mercogliano, era stato in passato indagato per il furto dello scooter utilizzato nella gambizzazione del manager Roberto Adinolfi nel 2012, un’azione compiuta proprio da Alfredo Cospito; la sua posizione venne archiviata, ma il legame con la matrice insurrezionalista era già stato tracciato.

La tensione ora si concentra sulla scadenza imminente del regime di 41-bis per Cospito, atteso per il prossimo maggio, e sulla manifestazione nazionale prevista a Roma per il 28 marzo, elementi che potrebbero fornire il contesto interpretativo all’azione che i due progettavano. Per il momento, però, gli investigatori mantengono il massimo riserbo sulla dinamica precisa e sulla logistica, limitandosi a setacciare il casolare in cerca di frammenti che possano ricondurre a eventuali complici o a un obiettivo preciso.

Le piste investigative tra obiettivi sensibili e ritorno al passato

L’analisi della composizione chimica dell’esplosivo ha fornito agli inquirenti un indizio determinante: l’ordigno, a base di nitrato d’ammonio, era destinato a un uso immediato e a breve raggio. Questa circostanza restringe il campo degli obiettivi a quelli situati nelle immediate vicinanze del parco degli Acquedotti, un’area che ospita non solo la sede dell’Antiterrorismo ma anche importanti snodi ferroviari e infrastrutture militari. Sebbene non sia stata trovata alcuna prova materiale che indichi con precisione il bersaglio, l’ipotesi che i due intendessero colpire un simbolo dello Stato o dell’industria bellica resta al centro delle indagini.

Parallelamente, gli investigatori stanno ricostruendo il profilo di Mercogliano, la cui storia personale si intreccia con quella di altri protagonisti dell’anarchismo combattente. Sotto le Due Torri, a Bologna, si muoveva in un contesto fatto di affinità elettive e di contatti con realtà come ‘Fuoriluogo’, un ambiente in cui la teoria si mescolava con la pratica della lotta armata. La sua morte, insieme a quella di Sara Ardizzone, riapre vecchi fascicoli e pone interrogativi sulla reale portata della rete di supporto di cui potevano disporre.

Le voci dalla galassia anarchica e il racconto di chi li conosceva

Mentre la Digos esegue le perquisizioni, il mondo dell’anarchismo radicale si mobilita, non solo con i comunicati stampa ma anche con gesti dimostrativi come le scritte apparse nella notte alla metro Marconi. “La nostra vendetta sarà terribile” è una delle frasi emerse, a testimonianza di un clima di tensione che le forze dell’ordine stanno monitorando con attenzione. Allo stesso tempo, emerge la versione di chi questi due militanti li conosceva al di fuori della logica della clandestinità.

Pasquale Valitutti, che con Mercogliano condivideva un passato di militanza e di frequentazione degli stessi ambienti, ha offerto una narrazione dissonante rispetto a quella degli investigatori: per lui, i due erano semplicemente “persone buone” che lo assistevano quotidianamente. Una testimonianza che restituisce la complessità di figure che, agli occhi dello Stato, rappresentavano un pericolo concreto ma che nella vita quotidiana agivano secondo codici di solidarietà interna al gruppo.

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