Roma, il covo negli ex locali dei servizi sociali e l’ordigno che non doveva restare lì
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Redazione Interno
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Le luci sono spente, e solo una delle tre finestre che affacciano sul cortile interno ha le imposte aperte. Da fuori, quell’appartamento – ricavato negli ex locali dei Servizi sociali del Campidoglio – sembra ancora ciò che doveva essere prima che la storia giudiziaria e quella personale di chi lo abitava si incrociassero con la cronaca di un boato. Perfino la targa, quella vecchia classificazione dei Municipi di Roma ancora impressa sulla facciata, è lì a ricordare una funzione istituzionale ormai lontana. Ed è proprio al fianco di quella porta, la stessa che Alessandro Mercogliano, 53 anni, ha aperto e chiuso centinaia di volte, che si misura oggi il silenzio di un’indagine che parla di esplosivo, di tempi serrati e di un obiettivo che, con ogni probabilità, non era il rudere in cui i due militanti hanno perso la vita.
Il boato che giovedì sera ha sventrato il cosiddetto Casale del Sellaretto, nel Parco degli Acquedotti, non è stato un incidente domestico né una fatalità legata al degrado urbano. La ricostruzione della polizia scientifica, incrociata con i primi elementi della Digos, ha rapidamente orientato gli inquirenti verso una direzione precisa: Mercogliano e Sara Ardizzone, 35 anni, stavano assemblando un ordigno artigianale quando qualcosa è andato storto. La potenza della deflagrazione ha sollevato il tetto della struttura, facendolo poi crollare sui due corpi, uno dei quali presentava tracce di ustioni e mutilazioni compatibili con la manipolazione diretta dell’innesco. Sul posto, gli investigatori hanno rinvenuto residui riconducibili a una miscela instabile a base di fertilizzanti, oltre a frammenti metallici e chiodi che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto trasformare l’ordigno in una massa vagante di schegge.
A fare da sfondo a questa vicenda non c’è solo la storia di due persone, ma un contesto operativo che il Viminale ha immediatamente letto come una minaccia concreta. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato un vertice d’urgenza del comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), una riunione durata un’ora e avvolta in un riserbo strettissimo, durante la quale sono state valutate le prime risultanze investigative. L’elemento che ha fatto scattare il livello massimo di allerta è di natura tecnica: l’instabilità del composto utilizzato – verosimilmente nitrato d’ammonio – rendeva l’ordigno inadatto a essere trasportato per lunghe distanze. Da qui la logica deduzione degli inquirenti: il bersaglio dell’attentato non poteva essere lontano dal casolare di via delle Capannelle.
Nel quadrante sud-est della Capitale, a pochi minuti dal Parco degli Acquedotti, insistono diversi obiettivi considerati sensibili per la galassia anarchico-insurrezionalista. Tra questi, il Polo Tuscolano della polizia di Stato, caserme dei carabinieri, importanti nodi della rete ferroviaria e una struttura del gruppo Leonardo, colosso della difesa storicamente finito nel mirino della propaganda antimilitarista. La presenza, tra le macerie, di una pentola a pressione – già utilizzata in passato in analoghi contesti eversivi – ha rafforzato l’ipotesi che l’attentato fosse in fase di ultimazione. Alcuni particolari, emersi nei giorni successivi, hanno inoltre spinto gli investigatori a considerare la possibilità che i due stessero agendo in vista di un appuntamento specifico: il referendum sulla giustizia, o la scadenza, fissata a maggio, per il rinnovo del regime di 41bis per l’anarchico Alfredo Cospito, detenuto a Sassari.
La galassia anarchica e il vincolo con Alfredo Cospito
Il legame tra Mercogliano, Ardizzone e la galassia gravitante attorno alla Federazione Anarchica Informale (Fai) e ad Alfredo Cospito non è un dettaglio di contorno, ma la lente attraverso cui la procura sta leggendo l’intera vicenda. Alessandro Mercogliano, detto Sandro, era una figura nota alle forze dell’ordine: il suo nome era emerso nell’inchiesta “Scripta Manent” e, in passato, era stato indagato per aver fornito il mezzo usato per la fuga dopo la gambizzazione del manager Ansaldo Roberto Adinolfi, un’azione poi rivendicata dalle sigle anarchiche. Accusa che, pur essendo stata archiviata per insufficienza di prove, ne definiva comunque il profilo di militante a forte caratura operativa. Sara Ardizzone, dal canto suo, aveva dato prova di una militanza altrettanto radicale: appartenente al Circolo Anarchico “La Faglia” di Foligno, era stata in aula durante l’ultimo processo a Cospito, leggendo un proclama di sostegno alla sua lotta contro il carcere duro e dichiarandosi apertamente “nemica dello Stato”.
Sul fronte investigativo, la Digos ha effettuato cinque perquisizioni in altrettanti appartamenti riconducibili alla “galassia anarchica informale”, sequestrando materiale di vario genere – non direttamente attinente all’attentato – e ascoltando persone ritenute vicine ai due militanti ma estranee all’episodio specifico. L’obiettivo, per gli inquirenti, è duplice: da un lato ricostruire la filiera logistica che ha portato il materiale esplosivo nel casolare; dall’altro capire se i due facessero parte di una cellula più ampia o se agissero in autonomia. Un interrogativo, quest’ultimo, reso più pressante dalla circostanza che nelle ore immediatamente successive alla morte dei due militanti sono comparse, sui muri della fermata Marconi della metropolitana di Roma, scritte spray con frasi come “La nostra vendetta sarà terribile” e “Morte agli oppressori”, firmate con simboli riconducibili all’area anarchica.
I comunicati dei “compagni” e la retorica della guerra sociale
Il mondo dell’anarchismo insurrezionalista non ha lasciato cadere nel silenzio la morte di Ardizzone e Mercogliano. Sulla scena sono comparsi, a stretto giro, due comunicati firmati da un insieme di sigle anarchiche locali. In questi testi, che circolano attraverso i canali informali del movimento, i due vengono definiti “compagni fraterni”, e la loro morte viene descritta non come un incidente, ma come una conseguenza inevitabile di una scelta di campo radicale. “Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo” si legge in uno dei passaggi, che aggiunge: “La guerra sociale non è una recita, è anzitutto una guerra. Sara e Sandro sono un esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo, dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte”.
Il tono dei comunicati è volutamente aspro e spregiativo verso l’informazione mainstream, definita come “macchina della propaganda” abitata da “pennivendoli prezzolati”. I firmatari rivendicano una dimensione di lotta che non ammette “preoccupate prese di distanza”, contrapponendo a una presunta retorica borghese la purezza di una scelta esistenziale che si consuma nel rischio. Per gli investigatori, questi messaggi non rappresentano soltanto un elemento di contesto ideologico, ma vanno interpretati come potenziali indicatori di un clima di tensione che potrebbe tradursi in ulteriori azioni dimostrative o violente. Specialmente in considerazione del fatto che il fronte anarchico ha annunciato mobilitazioni per i prossimi mesi, legate alla battaglia contro il 41bis per Cospito, una campagna che potrebbe trovare nell’eco di queste morti un nuovo carburante.




