Tlc, la grande partita del consolidamento finisce in un angolo mentre la guerra delle torri scalda i motori
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Dopo un anno di relativa calma, il settore delle telecomunicazioni in Italia è tornato a tremare sotto la spinta di operazioni straordinarie che, se da un lato ridisegnano i perimetri aziendali, dall’altro sembrano aver definitivamente accantonato l’ipotesi, fino a qualche mese fa data per scontata, di una ulteriore riduzione del numero degli operatori infrastrutturati. Era il tempo, poco più di dodici mesi fa, della messa a terra delle grandi operazioni: l’integrazione tra Fastweb e Vodafone, ora divenuta un’entità unica sotto l’egida di Swisscom -5, e la nascita della nuova Tim, alleggerita della rete fissa confluita in Fibercop. Un assestamento che molti osservatori avevano letto come una sorta di pausa di riflessione, in attesa della mossa successiva.
Lo stallo del consolidamento e il mercato a quattro
Sul fronte delle aggregazioni tra i grandi player della telefonia mobile, il motore si è inceppato. Le attese erano puntate soprattutto su un possibile riavvicinamento tra Iliad e WindTre, i due attori che, per dimensioni e struttura degli azionisti, sembravano i candidati naturali per un’operazione di consolidamento in grado di riportare il mercato italiano verso un assetto a tre grandi reti. E invece, come confermato dallo stesso amministratore delegato del gruppo francese, Thomas Reynaud, i colloqui con Telecom Italia – che già erano sfumati dopo il tentativo di acquisto delle attività italiane di Vodafone nel 2024 – non sono mai ripartiti e non ci sono le condizioni per farlo. L’ipotesi centrale, ribadita in più occasioni dalla società guidata da Benedetto Levi, è quella di un mercato stabilmente strutturato su quattro operatori, con la concorrenza che si giocherà più sull’innovazione dei servizi e sulla qualità delle reti che non su nuove, dispendiose fusioni.
La tempesta perfetta sulle torri di Inwit
Se lo scenario macroeconomico del settore sembra essersi cristallizzato in un equilibrio a quattro, la partita più calda e combattuta si sta giocando su un altro fronte, quello delle infrastrutture passive, e in particolare sulle torri di Inwit. Il clima è incandescente. Fastweb+Vodafone, attraverso una mossa a sorpresa, ha disdetto il contratto di servizio con la towerco a partire dal 2028, un gesto che la controllata di TIM – ma anche lo stesso ex monopolista, che sta valutando un’iniziativa analoga in un consiglio di amministrazione convocato ad hoc – interpreta come una violazione di accordi ritenuti “blindati” fino al 2038. Ne è scaturito uno scontro legale aperto, con Inwit che ha già presentato esposto alla Consob e chiesto un provvedimento cautelare al Tribunale per bloccare la disdetta. La cronaca giudiziaria di questa vicenda ha già un calendario: per fine giugno è attesa la decisione sul provvedimento cautelare, mentre per il giudizio di merito, ha fatto sapere il direttore generale Diego Galli, i tempi potrebbero allungarsi fino alla fine del 2029.
Sullo sfondo di questa battaglia legale – che vede contrapposti da un lato l’operatore italo-svizzero e dall’altro i fondi Ardian e Brookfield, azionisti di rilievo della towerco – si stagliano le ombre di possibili contromosse finanziarie. Il Titolo Inwit ha subito una flessione importante e circolano voci di un’offerta pubblica di acquisto totalitaria da parte degli stessi fondi, anche se un’operazione del genere appare complessa: il primo azionista, con il 37,6%, è un veicolo controllato da Vodafone insieme a Kkr e Gip, soggetti che nei patti parasociali si sono impegnati a non lanciare un’opa. Senza il loro consenso, raggiungere la soglia necessaria per controllare l’assemblea sarebbe impresa quasi impossibile.
Il dialogo costruttivo sulla fibra e l’incognita delle frequenze
In controtendenza rispetto alla tensione che domina il mercato delle torri, sul fronte della rete fissa sembra invece essersi aperta una stagione di dialogo, se non di vera e propria distensione. Fibercop e Open Fiber, le due principali società attive nella posa della fibra ottica, hanno pubblicato i rispettivi risultati e, stando alle indiscrezioni raccolte, i loro azionisti – da un lato Kkr, dall’altro Macquarie – avrebbero riaperto un confronto. Non si parla ancora di una fusione o di una rete unica, obiettivo tanto inseguito quanto sfuggente a causa di valutazioni finanziarie ancora troppo distanti, ma di un’estensione degli accordi commerciali già in essere. L’idea sarebbe quella di espandere la collaborazione sulle infrastrutture di supporto – come cavidotti e pali – dalle cosiddette “aree bianche” (quelle a fallimento di mercato) fino a coprire anche le aree grigie e nere, dove la competizione è più accesa. Un passo, questo, che se dovesse concretizzarsi nei prossimi mesi, potrebbe generare un’importante ottimizzazione dei costi.
A tenere banco, e a influenzare gli equilibri futuri del settore, sarà anche la partita delle frequenze, il cui maxi-pacchetto è in scadenza nel 2029. Il mercato si aspetta un rinnovo a condizioni agevolate in cambio di impegni sugli investimenti nel 5G, ma il vero nodo sarà tecnico: la distribuzione delle risorse spettrali. Iliad, che oggi controlla la fetta più piccola, ha già fatto sapere pubblicamente di voler utilizzare questa scadenza per chiedere un riequilibrio delle dotazioni. L’esito di queste discussioni, che si terranno a livello tecnico con il ministero delle Imprese e del Made in Italy, potrebbe modificare non poco i costi operativi e le capacità di sviluppo delle singole aziende.
Poste-Tim, un’altra partita
Mentre il settore si divide tra la guerra delle torri e il dialogo sulla fibra, a complicare ulteriormente il quadro si è inserita la mossa di Poste Italiane su Tim. L’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria lanciata dal gruppo guidato da Matteo Del Fante, che valuta l’intero capitale dell’ex monopolista circa 10,8 miliardi, rappresenta un’operazione che esula dalla logica del consolidamento infrastrutturale. Non si tratta di unire due reti mobili o fisse per ridurre i costi, ma di creare un gigante integrato dei servizi digitali, dove la telefonia diventa un ramo all’interno di una piattaforma più ampia che comprende pagamenti, assicurazioni, logistica e identità digitale. La nascita di questo nuovo polo, che il mercato ha iniziato a valutare con attenzione, introduce un elemento di novità tale da rendere ancora più complessa la lettura degli equilibri futuri.




