La corsa contro il tempo per le polizze catastrofali, tra proroghe settoriali e malumori diffusi
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Redazione Economia
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Il countdown per l'adeguamento all'obbligo delle polizze catastrofali, sebbene allentato da alcune deroghe, continua a scandire il tempo di migliaia di piccoli imprenditori italiani, i quali si misurano con una misura percepita come un costo piuttosto che come una tutela. Introdotto dalla legge di Bilancio del 2024, il provvedimento vincola la stipula di una copertura contro eventi naturali estremi – quali terremoti, alluvioni e frane – all'accesso al credito, creando di fatto un obbligo indiretto ma stringente per le aziende. Un meccanismo, questo, che ha sollevato perplessità in vaste fasce del tessuto produttivo, specialmente tra le realtà artigiane e microimprenditoriali già gravate da un carico burocratico e finanziario significativo, le quali si trovano a dover scegliere tra una spesa aggiuntiva giudicata onerosa e la rinuncia a finanziamenti bancari.
Il panorama delle proroghe: uno slittamento a macchia di leopardo
La recente approvazione del decreto Milleproroghe 2026 ha disegnato un quadro normativo frammentato, concedendo una tregua temporanea ma non uniforme. Se, da un lato, per le micro e piccole imprese operanti nei settori della ristorazione, del turismo e della somministrazione di alimenti e bevande – comprendenti quindi hotel, bar e pubblici esercizi – il termine per la sottoscrizione è stato formalmente spostato al 31 marzo del 2026, dall’altro per la generalità delle altre piccole e medie imprese la scadenza resta fissata al 31 dicembre 2025. Questa disparità di trattamento, se da una parte risponde a specifiche esigenze di settori particolarmente colpiti dalle recenti crisi, dall’altra alimenta un senso di ingiustizia e confusione tra coloro che non beneficiano della proroga, costretti ad accelerare i propri tempi per adempiere all’obbligo.
Le proteste delle associazioni di categoria e il nodo dei costi
Organizzazioni come la Cna, nel sollevare "l’allarme per le micro e piccole imprese del territorio", hanno pertanto chiesto a gran voce un intervento correttivo che estenda la proroga a tutto il mondo della piccola impresa, argomentando che il peso della nuova polizza rischia di compromettere la già fragile tenuta economica di molte attività. La richiesta di una "proroga generalizzata" nasce dalla constatazione che la logica sottostante alla norma – proteggere il patrimonio aziendale e garantire la continuità operativa di fronte a eventi sempre più frequenti – seppure condivisibile in principio, si scontra con la realtà di bilanci che non possono sopportare ulteriori aggravi senza adeguati sostegni. La misura, obbligatoria già da tempo per le grandi e medie imprese, rappresenta per i più piccoli un onere immediato e tangibile, la cui utilità viene messa in discussione soprattutto da chi opera in zone non storicamente considerate ad alto rischio.
Uno strumento di protezione in un clima di incertezza
Il legislatore, nel predisporre questo strumento, ha chiaramente inteso costruire una rete di sicurezza collettiva per il sistema imprenditoriale nazionale, rendendolo più resiliente di fronte ai danni, spesso ingenti e irreparabili, causati dalle catastrofi naturali. Tuttavia, l’applicazione pratica della norma – con le sue scadenze differenziate e il meccanismo sanzionatorio legato al credito – rischia di offuscare il fine protettivo, trasformandolo in un ulteriore adempimento gravoso. La partita, ora, si gioca nella capacità di trovare un equilibrio tra l’esigenza di sicurezza e la sostenibilità economica delle imprese più piccole, in un contesto dove gli slittamenti di termini per alcuni settori lasciano intravedere la complessità di un'applicazione omogenea di una legge che tocca un universo estremamente eterogeneo.




