L’offensiva su Teheran e la strategia a geometria variabile di Trump: “La guerra finirà presto, ma non questa settimana”
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Redazione Esteri
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Il decimo giorno del conflitto contro l’Iran si apre con una rivendicazione precisa da parte di Donald Trump, il quale, nel corso di un interminabile discorso tenuto di fronte ai membri del partito repubblicano, ha delineato i primi, presunti bilanci dell’operazione militare congiunta condotta insieme a Israele. Il presidente americano, che ha fatto dell’enfasi retorica un tratto distintivo del proprio mandato, ha dichiarato che gli attacchi hanno centrato oltre cinquemila obiettivi, portando alla distruzione dell’ottanta per cento degli impianti missilistici di Teheran; un’azione, quella descritta, che secondo la sua amministrazione avrebbe sostanzialmente azzerato la capacità di offesa navale della Repubblica islamica, con gran parte della flotta nemica che “giace sul fondo dell’oceano”. Eppure, nonostante i toni trionfalistici e la narrazione di una vittoria ormai prossima, lo stesso inquilino della Casa Bianca ha dovuto ammettere, quasi con una battuta a effetto, che la conclusione delle ostilità non è imminente: “La guerra finirà presto, ma non questa settimana”, ha precisato, gettando di fatto una luce di ambiguità su quelle che potrebbero essere le reali tempistiche del conflitto.
Mentre le bombe continuano a cadere sulla periferia di Teheran e su altre postazioni strategiche, la comunità internazionale osserva con apprensione l’evolversi di una crisi che sembra non avere una chiara via d’uscita. Il New York Times, in un’analisi piuttosto critica, ha sollevato più di un dubbio sulla conduzione strategica della guerra da parte dell’amministrazione Trump, suggerendo che l’attuale occupante dello Studio Ovale non abbia mai avuto un piano organico per gestire l’escalation. L’impressione, secondo influenti osservatori, è che Washington si trovi ora a rincorrere gli eventi, cercando faticosamente di comprendere non solo come procedere militarmente, ma soprattutto come districarsi da una situazione che rischia di diventare una palude senza fine. Del resto, la decisione di aprire spiragli di dialogo, con l’invio di una lettera alla Guida Suprema Ali Khamenei in cui si propone un nuovo accordo sul nucleare pur mantenendo una postura minacciosa, sembra confermare una certa improvvisazione: da un lato si stringe la morsa delle sanzioni e si blinda il canale attraverso cui l’Iraq acquistava energia elettrica da Teheran, dall’altro si lascia intendere che una trattativa sarebbe ancora possibile, se solo gli ayatollah accettassero di negoziare sotto la pressione della forza.
Siria ed Hezbollah: il rischio di un allargamento del fronte
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé incandescente, è giunta la denuncia della Siria, che ha accusato Hezbollah di aver condotto bombardamenti dal Libano contro postazioni dell’esercito regolare siriano nei pressi della città di Serghaya, a ovest di Damasco. Il comando dell’esercito siriano, in una nota diffusa dall’agenzia Sana, ha riferito che proiettili di artiglieria, lanciati dalle milizie sciite libanesi, sono caduti in territorio siriano, colpendo le posizioni governative. Un episodio, questo, che potrebbe rivelarsi una pericolosa crepa all’interno del cosiddetto “asse della resistenza” guidato dall’Iran, rivelando possibili frizioni o, più verosimilmente, una strategia volta a destabilizzare ulteriormente la regione aprendo un nuovo fronte contro Israele proprio dal confine del Golan. La situazione, va detto, resta estremamente fluida e le alleanze sul campo, in contesti del genere, sono sempre soggette a rapidi mutamenti e a letture non univoche.
L’instabilità economica e il tracollo dei mercati
Sul fronte interno americano, e non solo, l’eco delle bombe ha avuto ripercussioni immediate e violente sui mercati azionari globali, che hanno subito un tracollo con pochi precedenti nella storia recente. L’instabilità economica, innescata dalla paura di un conflitto prolungato e dalla possibile interdizione dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una percentuale significativa del petrolio mondiale, sta giocando un ruolo cruciale nel definire la durata e le sorti dell’intera operazione. Diversi istituti di credito di Wall Street, inclusi colossi come Goldman Sachs e Morgan Stanley, hanno già concesso ai propri dipendenti impiegati nei centri finanziari del Golfo la possibilità di lasciare temporaneamente il paese, optando per il lavoro a distanza, un segnale questo che la fiducia in una rapida risoluzione della crisi è tutt’altro che solida. La stessa Arabia Saudita, insieme ad altri produttori Opec, avrebbe iniziato a ridurre la produzione di greggio a causa dell’accumulo di scorte e delle difficoltà di trasporto, alimentando lo spettro di una crisi energetica i cui contorni sono ancora difficilmente prevedibili.
La posizione iraniana tra chiusura e cauti spiragli
A Teheran, intanto, la linea ufficiale del governo rimane improntata alla massima fermezza. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha ribadito con forza che non ci sarà alcun negoziato diretto con gli Stati Uniti finché persisterà la politica della “massima pressione” e delle minacce militari, sottolineando come nessuno, nel proprio “sano giudizio”, accetterebbe di sedersi a un tavolo con una pistola puntata alla tempia. La diplomazia indiretta, magari attraverso la mediazione di paesi terzi come l’Oman, sembra al momento l’unico canale rimasto parzialmente aperto, sebbene la stessa Guida Suprema abiya Khamenei abbia più volte manifestato la più totale sfiducia verso qualsiasi accordo scritto con Washington, memore del ritiro unilaterale di Trump dal precedente patto sul nucleare nel 2018. Una chiusura totale, quella iraniana, che non esclude tuttavia la possibilità di discutere, attraverso intermediari, di alcuni aspetti specifici del programma nucleare, come confermato in una nota più conciliante della missione iraniana all’Onu, subito però ridimensionata dallo stesso Araqchi, il quale ha ribadito che il programma atomico ha finalità esclusivamente pacifiche e non esiste alcuna militarizzazione da mettere sul piatto della bilancia.




