Trump alza la pressione su Teheran e sugli alleati: “La guerra finirà presto, il petrolio cadrà come un masso”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il centro politico del discorso del presidente Donald Trump, calato nel sedicesimo giorno di conflitto, resta però lo stretto di Hormuz, diventato il vero terreno di pressione diplomatica della Casa Bianca. Trump ha ribadito che alcuni Paesi si sono detti pronti ad aiutare gli Stati Uniti a riaprire il passaggio marittimo, mentre altri, pur essendo stati protetti per anni da Washington, non mostrano lo stesso entusiasmo. Ha evitato di fare nomi, ma ha confermato di stare cercando una coalizione internazionale per ristabilire la libertà di navigazione in un corridoio da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del gas naturale liquefatto. La verità, ha aggiunto con una delle sue tipiche frase iperboliche, è che l'America non avrebbe nemmeno bisogno di loro, essendo la nazione militarmente più forte del mondo, ma la richiesta di partecipazione serve quasi come un test, una cartina al tornasole per vedere quali alleati, tra quelli che hanno beneficiato della protezione americana per decenni, siano realmente disposti a rispondere presente nel momento del bisogno.
La campagna militare e la strategia delle cannoniere
“La nostra campagna militare per contrastare le minacce del regime iraniano prosegue con piena intensità”. Così il presidente, intervenendo alla Casa Bianca, ha tracciato un bilancio delle operazioni in corso, sostenendo che le forze statunitensi avrebbero colpito “oltre 7.000 obiettivi”, in larga parte infrastrutture militari e siti strategici. L'offensiva, condotta in collaborazione con Israele, ha visto raid potenti, come quello che ha “totalmente obliterato” i bersagli militari sull'isola di Kharg, il principale hub di esportazione petrolifera iraniano, pur risparmiando deliberatamente, per ora, le infrastrutture energetiche vere e proprie, una scelta che Trump ha definito dettata da ragioni di “decenza” ma che appare chiaramente come un avvertimento: se Teheran dovesse continuare a interferire con la navigazione nello stretto, la prossima volta si colpirà il petrolio. Sul campo, le forze iraniane hanno risposto con lanci di missili e droni, colpendo basi statunitensi in Iraq e nel Golfo, e proseguendo gli attacchi contro obiettivi israeliani con la cosiddetta operazione True Promise 4, utilizzando per la prima volta missili a combustibile solido Sejjil.
I tentativi diplomatici e la questione del nucleare
Parallelamente all'escalation militare, si muovono fili diplomatici complessi. Trump ha rivelato che l'Iran “vuole un accordo” e che i suoi emissari stanno parlando con il team americano, sebbene in una successiva dichiarazione abbia precisato che Washington non è ancora pronta a concludere un'intesa, ritenendo le attuali condizioni inaccettabili. D'altronde, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito da parte sua che Teheran non ha mai chiesto un cessate il fuoco e non è pronta a negoziare sotto pressione. Nel frattempo, emergono retroscena significativi: secondo quanto riportato da Axios, il presidente russo Vladimir Putin aveva avanzato una proposta durante una telefonata con Trump per trasferire l'uranio arricchito iraniano in Russia, un'idea già circolata in passato e sempre respinta dagli Stati Uniti, che continuano a insistere per mettere in sicurezza il materiale. Una fonte ufficiale ha chiarito che “la posizione americana è che dobbiamo vedere l'uranio messo in sicurezza”.
Il nodo della coalizione e le risposte internazionali
Sul fronte della coalizione per la sicurezza marittima, l'amministrazione potrebbe annunciare già questa settimana l'adesione di alcuni Paesi, ma pubblicamente molti governi rimangono cauti. La Cina, che pure riceve circa il 90% del proprio petrolio via Hormuz, ha mostrato freddezza, con il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian che ha invitato tutte le parti a fermare le operazioni militari e a evitare un'ulteriore escalation che danneggerebbe la crescita economica globale. Il Regno Unito sta valutando opzioni, il Giappone ha ammesso che ci sarebbero “alti ostacoli” per un dispiegamento di navi da guerra, e la Corea del Sud si è limitata a promettere una comunicazione stretta con Washington. Nel frattempo, l'Agenzia Internazionale per l'Energia ha attivato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche per calmierare i prezzi, che hanno visto un'impennata del carburante negli Stati Uniti. Il Segretario all'Energia, Chris Wright, ha avvertito che non ci sono garanzie sui prezzi, ma che la priorità è distruggere le capacità militari iraniane, specialmente quelle che minacciano lo stretto, assicurando che le operazioni per riaprire il passaggio siano solo una questione di settimane.




