La guerra in Iran brucia 16,5 milioni al giorno nei serbatoi degli italiani
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Redazione Economia
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Il conto salato dell’escalation militare in Medio Oriente, ormai estesa al territorio iraniano con le operazioni coordinate da Stati Uniti e Israele, ha cominciato a scorrere nelle pompe di benzina italiane con una rapidità che ha pochi precedenti. L’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nell’aggiornamento di sabato 14 marzo 2026, fotografa una realtà che incide pesantemente sulle finanze familiari: sulla rete stradale ordinaria la benzina tocca quota 1,83 euro al litro e il gasolio, il carburante più utilizzato dal parco auto italiano e dall’intero sistema logistico, sfonda il muro dei 2,06 euro. Peggio va in autostrada, dove per la verde si chiedono in media 1,92 euro e per il diesel si arriva a 2,12 euro al litro, con punte che in alcune aree di servizio della Lombardia e del Nordest hanno già superato abbondantemente i 2,20 euro. L’associazione Codacons, nel diffondere i dati del proprio monitoraggio, parla chiaro: l’aggravio di spesa per gli automobilisti è quantificabile in 16,5 milioni di euro in più ogni giorno rispetto al periodo precedente l’inizio delle ostilità, una cifra che rappresenta una vera e propria stangata occulta che si abbatte trasversalmente su famiglie e imprese.
L’incubo Hormuz e la volatilità dei mercati energetici
All’origine di questi rincari fulminei, come spiegano gli analisti del settore interpellati dalle agenzie specializzate, c’è il nodo strategico dello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. La chiusura di fatto di quella rotta, conseguente agli attacchi missilistici e alle minacce della Repubblica Islamica contro le petroliere in transito, ha innescato una reazione a catena sui prezzi delle materie prime che non accenna a placarsi. John Evans, analista di Pvm, evidenzia come il susseguirsi delle ostilità allontani qualsiasi prospettiva di una rapida riapertura del canale, e nonostante le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e determinato a chiudere la partita con Teheran, la percezione dei trader è che il conflitto possa prolungarsi ben oltre le previsioni iniziali. Il greggio, che aveva già toccato picchi superiori ai 100 dollari al barile nelle settimane precedenti, mantiene una tensione costante che si riflette immediatamente sui listini dei prodotti raffinati, benzina e diesel in testa, importati in grandi quantità dall’Italia.
Il doppio effetto delle accise e i timori speculativi
A complicare il quadro, già di per sé critico per le tensioni geopolitiche, si aggiunge una variabile tutta interna alla fiscalità nazionale. Dal primo gennaio di quest’anno, infatti, è scattato il riallineamento delle accise voluto dall’esecutivo, un meccanismo che ha portato a un incremento della tassazione sul gasolio pari a 4,05 centesimi al litro. Una manovra che, nelle intenzioni del governo, doveva servire a riequilibrare il prelievo fiscale tra i due carburanti principali, accompagnata peraltro da una contestuale e analoga riduzione dell’accisa sulla benzina. Tuttavia, come denunciano le associazioni dei consumatori, Federconsumatori in testa, l’effetto pratico è stato ben diverso: se il rincaro del diesel si è riversato immediatamente e integralmente sui prezzi finali, il taglio previsto per la verde, nella migliore delle ipotesi, è stato assorbito dalle quotazioni internazionali in salita, quando non completamente sterilizzato dalle politiche di prezzo dei gestori. Una dinamica, questa, che rischia di riproporsi con maggiore virulenza in un contesto di mercato già surriscaldato, alimentando il sospetto, già tradotto in un esposto all’Antitrust da parte dell’Unione Nazionale Consumatori, che parte dei rincari possa essere attribuibile a fenomeni speculativi più che al semplice aumento del costo della materia prima.
Le ripercussioni a cascata su logistica e beni di consumo
L’impatto di questi aumenti, però, non si esaurisce al momento del rifornimento. L’allarme lanciato da Cna Fita, l’associazione degli autotrasportatori, descrive uno scenario preoccupante per l’intero sistema produttivo: un autocarro medio, a fronte dei rincari attuali, si trova a sostenere un costo aggiuntivo che può superare gli undicimila euro all’anno. Un aggravio che, inevitabilmente, si trasferisce a valle, andando a incidere sul prezzo finale di quasi tutti i beni di largo consumo, dall’ortofrutta proveniente dalle regioni del Sud ai prodotti dell’industria manifatturiera, con oltre l’86% delle merci che viaggia su gomma. Le rilevazioni del Mimit sull’impennata del Prezzo Unico Nazionale dell’energia elettrica, balzato del 60 per cento rispetto a fine febbraio, e del gas, schizzato del 76 per cento, completano un quadro in cui il costo dell’energia minaccia di comprimere i margini delle aziende e il potere d’acquisto delle famiglie, mentre i riflettori restano puntati sull’evoluzione del conflitto e sulla tenuta dei flussi petroliferi mondiali.




