Il naufragio di Islamabad: Vance accusa Teheran, falliti i colloqui Usa-Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si è consumato in meno di ventiquattr’ore, il tanto atteso faccia a faccia tra Stati Uniti e Iran, che molti speravano potesse segnare una svolta nel conflitto in corso. A Islamabad, in Pakistan, i negoziati sono naufragati dopo oltre venti ore di discussioni, senza che si sia trovata un’intesa nemmeno sui punti più elementari della mediazione. Ad annunciare lo stallo, prima ancora di rimettersi in viaggio verso Washington, è stato il vicepresidente americano J.D. Vance. Il quale, nel corso di una breve conferenza stampa, ha puntato il dito contro la posizione iraniana, ritenuta poco chiara in merito alla rinuncia definitiva all’arma nucleare e alla conseguente necessità di riaprire il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz. Una chiusura, quella del canale, che secondo il comando militare Usa sarebbe già stata contrastata da alcune unità impegnate in operazioni di sminamento, mentre Teheran smentisce categoricamente e rilancia con una minaccia: «Devono capire – ha detto Vance, riportando le parole della controparte – che questa è la nostra proposta finale migliore».

Il primo storico faccia a faccia dal 1979

Il vertice di Islamabad ha rappresentato un evento diplomatico di rara intensità, trattandosi del primo incontro a così alto livello tra le due capitali dal 1979, anno della rivoluzione islamica che ha rotto ogni relazione ufficiale. Dall’altra parte del tavolo, a fronteggiare la delegazione statunitense, c’era il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf. Un confronto definito “storico” dagli analisti, ma che si è risolto in un nulla di fatto. «Non è stato raggiunto nessun accordo», ha ribadito Vance prima di lasciare il Pakistan. Secondo il vicepresidente, a mancare è stato l’impegno concreto di Teheran sul nucleare, un prerequisito che gli americani avevano posto come condizione non negoziabile. Gli iraniani, pur mantenendo aperti i canali con il governo pakistano, hanno parlato di «proposte irricevibili», rovesciando l’accusa: sono le richieste degli Stati Uniti a essere irragionevoli, come ha riferito la televisione di Stato iraniana, citata da Al Jazeera.

Le parole di Trump e la minaccia su Hormuz

A gettare ulteriore benzine sul fuoco, se ce ne fosse bisogno, ci ha pensato il presidente Donald Trump, che da oltre un anno guida nuovamente gli Stati Uniti. Interpellato sull’esito incerto dei colloqui, si è limitato a un commento secco: «Forse ci sarà un accordo, forse no. In ogni caso, non fa nessuna differenza per me». Dichiarazioni che lasciano intendere come la Casa Bianca non abbia alcuna intenzione di cedere terreno, anzi. Nelle stesse ore, Trump ha annunciato un blocco navale di Hormuz, con l’obiettivo dichiarato di fermare le navi che pagano il pedaggio imposto dagli iraniani. Un’escalation che include un avvertimento chiaro alla Cina: dazi al 50% in caso di invio di armi a Teheran.

La versione di Teheran e il nodo nucleare

Dal canto suo, l’Iran non ha atteso molto per replicare. «Nessuno si aspettava che Stati Uniti e Iran raggiungessero un accordo già al primo round di negoziati», ha dichiarato domenica una fonte ufficiale di Teheran, sottolineando come «era evidente fin dall’inizio che non dovevamo aspettarci di raggiungere un accordo in una sola sessione». Al tempo stesso, il governo iraniano ha lanciato un avvertimento militare preciso: qualsiasi tentativo da parte di navi militari di attraversare lo Stretto di Hormuz incontrerà una ferma risposta. Il nodo, insomma, resta tutto lì: da una parte Washington chiede l’abbandono definitivo del programma nucleare, dall’altra Teheran considera la richiesta come una pretesa inaccettabile. Il fallimento di Islamabad non fa che cristallizzare una frattura destinata, per ora, a rimanere aperta.

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