Il vicolo del petrolio
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Redazione Economia
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La notte scorsa l’Iran è stato bombardato. E stamane, tra le tante domande che accompagnano l’escalation militare in Medio Oriente, una in particolare riecheggia nei corridoi delle trading room e nei dipartimenti economia dei principali quotidiani: cosa succederà al prezzo del petrolio lunedì, quando i mercati riapriranno? La verità, nuda e cruda, è che è troppo presto per avere certezze, e forse persino per formulare opinioni solide. Quello che sappiamo, sulla carta, è che del greggio iraniano potremmo probabilmente fare a meno senza particolari scossoni. Teheran, secondo i dati pre-conflitto, esportava circa 1,6 milioni di barili al giorno -9; una quantità non irrilevante, certo, ma l’opinione corrente tra gli analisti è che Russia e Opec insieme abbiano la capacità di aumentare la produzione quanto basta per una sostituzione pressoché indolore. Il nodo, però, è un altro, ed è squisitamente geopolitico: la minaccia, rilanciata dai Pasdaran, di chiudere lo Stretto di Hormuz.
La minaccia dei Pasdaran e il nodo Hormuz
Proprio i Pasdaran, le guardie della rivoluzione, hanno fatto sapere attraverso i media locali che lo Stretto di Hormuz, quel tratto di mare strategico incastonato tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, non è più sicuro dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, e che di fatto è chiuso al transito marittimo. Si tratta di una dichiarazione gravida di conseguenze, perché all’imboccatura di quel vicolo d’acqua transita circa un quarto del petrolio scambiato via mare a livello globale. Una chiusura, anche solo parziale, rappresenterebbe un blocco al flusso energetico mondiale che nessuna riunione dell’Opec potrebbe risolvere in tempi brevi. Le immagini satellitari delle ultime ore raccontano già di petroliere ferme in attesa o costrette a invertire la rotta, di comandanti che valutano se applicare le clausole di guerra nei contratti di noleggio per non addentrarsi in quelle che sono diventate acque proibite. Se la minaccia dovesse concretizzarsi, l’impennata dei prezzi sarebbe inevitabile e violenta.
La dottrina Trump e l’obiettivo dichiarato
A rendere il quadro ancora più incandescente è la natura stessa dell’offensiva. Donald Trump ha dichiarato guerra all’Iran, e lo ha fatto scansando l’assenso del Congresso, in quella che si configura come una scelta unilaterale dal sapore pesantemente esecutivo. In uno straordinario video di otto minuti, il presidente ha chiarito che lo scopo dell’attacco, condotto spalla a spalla con Israele, va molto al di là della questione del programma nucleare. Non si tratta più soltanto di impedire a Teheran la bomba, ma di puntare a un vero e proprio cambiamento di regime, all’abbattimento di quella che lui ha definito la sanguinosa teocrazia al potere da decenni. Ed è qui che emerge una contraddizione interessante, che sa di polemica politica interna: Trump non poteva più limitarsi a giustificare l’azione con la necessità di eliminare il programma nucleare, perché sarebbe stata una clamorosa sconfessione delle roboanti dichiarazioni del giugno scorso, quando annunciò che le bombe ad alta penetrazione dei B1 americani avevano già “obliterato” i siti atomici iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan. Se quei siti erano già stati rasi al suolo, perché colpire di nuovo? L’unica risposta coerente, per l’amministrazione, è dunque quella di allargare gli obiettivi: non più solo la bomba, ma il regime nella sua interezza.
Le crepe nel consenso interno americano
Questa scelta, per quanto netta nella comunicazione presidenziale, non sembra raccogliere un’adesione unanime nemmeno in patria. Jack Reed, il principale esponente democratico nella commissione Forze armate del Senato, ha già fatto sapere che l’amministrazione non ha fornito al Congresso alcun reale briefing o intelligence prima di lanciare l’operazione su larga scala. Un’accusa pesante, che riecheggia le antiche divisioni sui poteri di guerra. Persino tra i repubblicani si levano voci critiche: il deputato del Kentucky Thomas Massie non ha esitato a definire i raid “atti di guerra non autorizzati dal Congresso”. E mentre i caccia colpivano obiettivi in territorio iraniano, a Washington qualcuno già si chiedeva con quale autorità e per quale scopo preciso si stessero sacrificando risorse e, potenzialmente, vite americane. Resta ora da capire quale sarà la risposta di Teheran, se il blocco dello Stretto diventerà effettivo e, di conseguenza, quanto volatile sarà il risveglio dei mercati.




