La mamma di Domenico: «Hanno tradito la mia fiducia, ora voglio giustizia»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba di sabato 21 febbraio ha posto fine alle sofferenze del piccolo Domenico, il bambino di due anni che da due mesi lottava tra la vita e la morte dopo un trapianto cardiaco fallito, ma per Patrizia Mercolino, sua madre, è soltanto l’inizio di un’altra battaglia, quella per ottenere verità e giustizia. La donna, che in queste settimane non ha mai lasciato la stanza dell’ospedale Monaldi di Napoli, ha rotto il silenzio con parole cariche di dolore e di una determinazione che non ammette tentennamenti: «Ora voglio giustizia, hanno tradito la mia fiducia. Non posso perdonare» -2. Il suo racconto, scarno e preciso, ripercorre le ore che hanno preceduto l’intervento, quelle in cui la speranza era ancora intatta e il cuore, proveniente da Bolzano, stava per arrivare. «Quella notte abbiamo dormito insieme, la mattina dopo verso le 9.30 lo saluto prima che vada in sala operatoria», ha ricordato, spiegando di essere rimasta incollata a quella porta, in attesa, finché non le hanno comunicato che l’organo, giunto intorno alle 14.30, presentava un problema. «Mi dicono che c’era un problema, il cuore non batteva. Sul momento mi sono arrabbiata, loro per tranquillizzarmi mi hanno detto che mio figlio sarebbe stato attaccato all’Ecmo e inserito in lista per un nuovo trapianto», ha aggiunto, descrivendo quelle fasi concitate in cui la rabbia iniziale è stata sopita da promesse poi rivelatesi vane -2.

L’inchiesta cambia volto: si passa a omicidio colposo

Con il decesso del bambino, la Procura di Napoli ha aggravato la posizione dei sei sanitari iscritti nel registro degli indagati, per i quali l’ipotesi di reato è ora quella di omicidio colposo, in luogo delle precedenti lesioni personali colpose gravissime -2-7. I pubblici ministeri Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, hanno disposto il sequestro delle salma e dei telefoni cellulari dei membri dell’équipe, nella convinzione che chat, fotografie e messaggi possano fornire elementi utili a ricostruire la catena delle responsabilità e a verificare se vi siano state omissioni o comunicazioni inquinate nei giorni successivi al trapianto -7-10. Il fascicolo, che si estende ormai anche alla Procura di Bolzano dove il cuore fu prelevato, punta a fare piena luce su ogni passaggio: dalla decisione di utilizzare un box termico di vecchia generazione – nonostante in ospedale fossero disponibili tre dispositivi Paragonix di ultima tecnologia con controllo della temperatura – sino al fatale errore del ghiaccio secco, che durante il trasporto ha letteralmente congelato l’organo, rendendolo di fatto una massa inutilizzabile -2-8.

La catena di errori e il nodo del ghiaccio a Bolzano

La ricostruzione dei fatti, così come emerge dagli audit interni e dalle dichiarazioni raccolte, dipinge un quadro di concitazione e gravi leggerezze. La mattina del 23 dicembre, l’équipe partenopea giunta all’ospedale San Maurizio di Bolzano, dopo aver prelevato il cuore e averlo riposto nel contenitore isotermico, si sarebbe accorta che la quantità di ghiaccio non era sufficiente a garantire la conservazione per tutta la durata del viaggio di ritorno. Fu a quel punto che, stando a quanto dichiarato agli ispettori, venne chiesto al personale di sala operatoria di integrare il refrigerante mancante, ma qualcuno, invece del classico ghiaccio d’acqua, versò nel contenitore del ghiaccio secco, la cui temperatura raggiunge i settanta gradi sotto zero -1-3-8. Un errore banale, forse favorito dalla concitazione del momento e dalla presenza contemporanea in sala di un’altra équipe, giunta da Innsbruck per prelevare altri organi dallo stesso donatore, che si è rivelato fatale -2-8. Il cuore, una volta arrivato a Napoli e scongelato, si presentava come un blocco di tessuto non funzionante, ma il cardiochirurgo Guido Oppido – che pure, attraverso i suoi legali, ha dichiarato di aver fatto «tutto ciò che era professionalmente e umanamente possibile» – decise ugualmente di procedere all’impianto, forse confidando in un recupero funzionale che non ci fu -2-7-8.

Il grido di dolore di una madre: «Mi guardavano negli occhi e tacevano»

Ciò che più ferisce Patrizia Mercolino, oltre alla perdita del figlio, è la consapevolezza che qualcuno, forse più di qualcuno, sapesse e abbia taciuto, lasciando che lei e il piccolo vivessero due mesi di agonia nell’illusione che si potesse ancora fare qualcosa. «Finché non saprò la verità non posso dire chi ha sbagliato, ma qualcuno parlerà, deve parlare. Perché mio figlio adesso non c’è più e se n’è andato per colpa di qualcuno, anzi più di uno. Di questo sono certa», ha dichiarato in un’intervista, aggiungendo con amarezza: «Io ho la coscienza pulita e loro no. Sono loro che si devono vergognare per il fatto che mi hanno guardata negli occhi, non io. Provo schifo per quello che hanno fatto» -5. La donna ha anche smentito la possibilità di accettare donazioni in denaro, invitando chi volesse onorare la memoria di Domenico a devolvere contributi all’Aido, l’associazione per la donazione di organi, e annunciando l’intenzione di costituire una fondazione in nome del figlio, affinché il suo calvario possa trasformarsi in un aiuto concreto per altri bambini e per le loro famiglie -1-4-9. Intanto, mentre i carabinieri del Nas setacciano i cellulari sequestrati e il pm nominerà un pool di esperti per l’autopsia, l’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, non esclude che l’ipotesi accusatoria possa aggravarsi ulteriormente: «Dall’esame della cartella clinica – ha spiegato – ci sono tutti i presupposti per configurare il dolo eventuale, che comporterebbe l’omicidio volontario» -1.

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