Brunello Cucinelli a 6% a piazza affari, conti sopra le attese e il lusso resiste alle tensioni
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Redazione Economia
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Corre a Piazza Affari il titolo Brunello Cucinelli, che mette a segno un rialzo del 6% all'indomani della diffusione dei ricavi del primo trimestre del 2026. I numeri, come spesso accade in questi casi, hanno spinto gli investitori ad accumulare posizioni, considerando che il fatturato si è attestato a 369,1 milioni di euro, segnando un incremento dell'8,1% a cambi correnti e addirittura del 14% a cambi costanti. Una performance, quest’ultima, che ha superato le stime del consensus, ferme a circa 360-361 milioni, e che ha offerto la prima prova tangibile della tenuta del settore del lusso in un contesto internazionale segnato da forti tensioni geopolitiche.
L’effetto direct to consumer e la resilienza della clientela
A trascinare i conti è stato il canale retail, o direct to consumer per usare il gergo tecnico, che ha letteralmente volato con un +20,1% a cambi costanti, portando a casa 238,2 milioni di euro e rappresentando ormai il 64,5% del totale delle vendite. Un dato, questo, che evidenzia la strategia del gruppo di Solomeo, sempre più focalizzata sul controllo diretto dei punti vendita e sul rapporto esclusivo con l’acquirente finale. Dall’altra parte, il canale wholesale (quello degli ingrossi) ha registrato una crescita più contenuta (+4,3% a cambi costanti), una scelta precisa dell’azienda che preferisce limitare la distribuzione per preservare l’esclusività del marchio. A livello geografico, le Americhe guidano la carica con 137,7 milioni di euro (+9,4%), pari al 37,3% del totale, tallonate dall’Asia che sale a 106,7 milioni (+11,3%). L’Europa, pur restando solida, mostra un incremento più fisiologico del 4,2%, trainata dalle recenti aperture dei flagship store a Londra e Parigi.
La sfida del Medio Oriente e la diversificazione geografica
C’è un dato, però, che merita attenzione e che è stato centrale nel dibattito tra gli analisti: il crollo del traffico nei negozi dell’area mediorientale, sceso di oltre il 50% nel mese di marzo a causa della guerra in Iran. Una flessione, questa, che avrebbe potuto minare i conti di qualsiasi gruppo, ma che nel caso di Cucinelli è stata ampiamente compensata dalla sovraperformance delle altre regioni. Va detto, infatti, che l’area medio-orientale pesa solo per il 5% sui ricavi complessivi, una percentuale che ha funto da ammortizzatore. Gli analisti di Jefferies, pur apprezzando la capacità di fidelizzazione dei grandi patrimoni (i cosiddetti HNWI), hanno mantenuto un approccio cauto, tagliando il target price a 88 euro con rating ‘hold’. La loro tesi è chiara: il contesto valutativo del lusso estremo si è ristretto, con la contrazione dei multipli di colossi come Hermès e Ferrari che vincola lo spazio di manovra anche per Cucinelli.
Visioni divergenti tra gli analisti di piazza affari
Non tutti, però, la pensano allo stesso modo. Se Jefferies frena, altri istituti come Bernstein e Intermonte hanno ribadito con convinzione il giudizio ‘Outperform’, alzando idealmente il sipario su target di prezzo compresi tra 108 e 110 euro. Per loro, il messaggio implicito lanciato dal management è credibile: la fragilità geopolitica esiste, ma la struttura della domanda del lusso più esclusivo è sufficientemente diversificata e resiliente per assorbirla. Una posizione, quest’ultima, condivisa anche da Equita, che mantiene il titolo tra i preferiti del settore con un target di ben 118 euro, scommettendo su un rinnovato ‘re-rating’ in un mercato che, da inizio anno, ha penalizzato il titolo più della media. Il management, nel frattempo, ha confermato le stime di crescita del 10% per il 2026 e per il 2027, senza mostrare timori evidenti per le ripercussioni future delle crisi internazionali.




