L’automotive bresciano trema per la crisi Volkswagen: «Servono scelte urgenti dall’Europa»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La crisi di Volkswagen, con il suo carico di possibili tagli per centinaia di migliaia di posti di lavoro, non è un problema che riguarda solo la Germania. L'onda d'urto della ristrutturazione del colosso automobilistico, che si prepara a ridisegnare la propria capacità produttiva, rischia di investire in pieno l'intero sistema manifatturiero italiano, con Brescia e la sua filiera della componentistica in prima linea. L'annuncio del gruppo, che ha ventilato una riduzione fino a 100.

000 occupati e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania, ha acceso i riflettori su una crisi strutturale che ormai da tempo attanaglia il settore, messo in ginocchio dalla concorrenza dei produttori cinesi, dalla transizione verso l'elettrico e dal rallentamento della domanda.

Un sistema da 18mila addetti a rischio

Per la provincia di Brescia, che rappresenta uno dei cuori pulsanti della componentistica nazionale con circa 250 imprese, 18.000 addetti e un fatturato stimato tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro, la partita è cruciale. Il territorio ha costruito gran parte della propria forza industriale sull'indotto dell'automotive, in una filiera lombarda che conta complessivamente 576 sedi d'impresa e ha generato oltre 18 miliardi di ricavi nel 2024.

Dopo alcuni anni di crescita, però, anche questo comparto ha iniziato a rallentare, con una contrazione dei ricavi superiore al 5%, un segnale che preoccupa gli addetti ai lavori.

Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava, ha lanciato un allarme senza mezzi termini sulla necessità di invertire la rotta. "L'avevamo detto e adesso sta accadendo: serve una retromarcia velocissima da parte dell'Europa", ha dichiarato Streparava, sottolineando come il rischio non sia solo quello dei licenziamenti diretti: "Se non si mette mano alla manifattura e non la si protegge, i rischi che corriamo sono ben diversi. Ogni addetto nella manifattura genera lavoro per altri 2,5 addetti nei servizi".

La pressione, secondo il presidente degli industriali bresciani, arriva da due fronti: l'ingresso aggressivo dei produttori cinesi e il crollo della domanda dei prodotti europei, due fattori che richiedono all'Europa di abbandonare le "regole e regolette" per passare a interventi rapidi e concreti.

L'export tedesco nel mirino e la strategia di Blume

Il legame tra Brescia e la Germania è fortissimo, alimentato da un export provinciale che ha nel mercato tedesco uno dei suoi principali riferimenti, con un quinto del totale diretto proprio oltre il Brennero. La debolezza dell'economia tedesca, ormai cronica, e la crisi di Volkswagen rappresentano quindi un duro colpo per le aziende locali, costrette da mesi a fare i conti con una pressione crescente sui margini e una riduzione della redditività lungo l'intera filiera.

"Molte aziende subfornitrici, specie in Germania, stanno chiudendo", ha confermato il presidente di Confapi Brescia, Pierluigi Cordua, "e i committenti cercano di affidarsi alle poche aziende rimaste finanziariamente sane per garantire continuità di fornitura, creando un clima di incertezza su volumi e marginalità".

Nel frattempo, la strategia di Volkswagen per affrontare la crisi si sta facendo più chiara, sebbene sia ancora avvolta da un alone di incertezza. L'amministratore delegato Oliver Blume, dopo giorni di pressioni da parte dei sindacati per la mancanza di informazioni, ha accettato di incontrare i lavoratori in assemblee straordinarie che si terranno a fine agosto. Come riportato dal sindacato IG Metall, Blume parlerà ai dipendenti negli stabilimenti di Wolfsburg (il 25 agosto), Emden e Zwickau (entrambi il 26 agosto), ma non visiterà lo stabilimento Audi di Neckarsulm.

La decisione di incontrare i lavoratori, anche se non in tutti gli impianti a rischio, rappresenta un tentativo di ricucire lo strappo con le rappresentanze sindacali, che avevano minacciato assemblee permanenti per mancanza di dialogo.

Il nodo dei numeri: tra 50 e 140mila posti

Al centro del confronto c'è la portata del piano di ristrutturazione, che secondo le indiscrezioni dei media tedeschi potrebbe avere dimensioni inedite per la storia industriale europea. La cifra che circola con più insistenza è quella di un taglio fino a 100.000 posti di lavoro, che si andrebbero ad aggiungere ai 50.000 già concordati in precedenza, per un totale potenziale di 140.000 esuberi, soprattutto dopo la scadenza del 2030.

Un portavoce del gruppo ha sottolineato che non esistono accordi definitivi su queste cifre, ma la semplice ipotesi ha già scatenato la reazione dei sindacati.

La ristrutturazione, che prevede anche la possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi (Hanover, Emden, Zwickau e Neckarsulm), è motivata dalla necessità di ridurre i costi di oltre il 20% rispetto ai principali concorrenti e di abbattere una sovracapacità produttiva di mezzo milione di veicoli all'anno in Europa.

Per gli stabilimenti di Osnabrück, invece, si sta valutando una riconversione verso la produzione per il settore della difesa, un'ipotesi che potrebbe limitare i danni occupazionali e che è già stata al centro di discussioni per altri siti tedeschi.

La vicenda Volkswagen è il segnale più evidente di una crisi profonda che attraversa tutto il settore automobilistico europeo, e il territorio bresciano si trova a dover fare i conti con una prospettiva che mette a rischio non solo i posti di lavoro diretti, ma l'intero sistema di competenze e relazioni industriali costruito in decenni. La domanda che gli imprenditori locali rivolgono all'Europa è quella di una protezione concreta per la manifattura, unica strada per scongiurare che la crisi di un gigante come Volkswagen si trasformi in una frana per l'intero indotto italiano.

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