La notte in cui Caracas divenne un campo di battaglia e il diritto internazionale una formalità
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Redazione Esteri
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La pioggia sottile che cadeva su Roma, in quella sera di metà febbraio, sembrava lontana anni luce dal fragore delle esplosioni che avevano squarciato il silenzio di Caracas appena un mese prima. Eppure, il racconto di chi quella notte l’ha vissuta sulla propria pelle, tra le mura della base militare Fuerte Tiuna, arrivava nitido attraverso le parole di un professore, lo sguardo perso in un altrove fatto di geopolitica e di sangue. Ci trovavamo davanti alla redazione di Mediafighter, e i sanpietrini lucidi di pioggia riflettevano una luce giallastra, quasi fosse la pellicola consumata di un vecchio film di guerra. Lui, l’accademico, con l’impermeabile ancora gocciolante, ha iniziato a parlare senza preamboli, come se il registratore fosse solo un pretesto per dare una forma, finalmente, a un giudizio che non fosse né propaganda né lamento. Il 3 gennaio 2026, le 2 di notte ora locale, non è stata solo la data della cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, un’operazione rivendicata poche ore dopo da Donald Trump con un post su Truth Social. È stato il momento in cui la dottrina Monroe ha indossato di nuovo gli scarponi da combattimento, calpestando senza troppi riguardi quel che restava della Carta delle Nazioni Unite -1-5.
L’operazione, battezzata “Resolve” dalle fonti militari, non è stata una semplice incursione di commandos. Parliamo di una mobilitazione imponente, con oltre 150 aerei da combattimento decollati da una ventina di basi americane, droni e forze speciali che hanno preso di mira non solo il complesso di Fuerte Tiuna, dove Maduro era rintanato, ma anche la base aerea La Carlota, il porto di La Guaira e l’aeroporto Higuerote -4. Gli Stati Uniti, che da mesi avevano accumulato una forza militare senza precedenti nei Caraibi – con la portaerei USS Gerald R. Ford e circa 15.000 uomini – hanno colpito con una precisione che, secondo i racconti dei residenti raccolti da alcune agenzie, ha seminato il panico puro tra la popolazione civile -9. Un residente, intervistato nei giorni successivi, parlava di bambini che si aggrappavano ai genitori mentre scendevano le scale al buio, perché l’elettricità era saltata, e di gente che vomitava per la paura nel vedere i bagliori degli scoppi -4. Non c’era solo la cattura di un uomo, in quel teatro; c’era la volontà di mostrare al mondo che la nuova amministrazione Trump intendeva fare sul serio, e che la retorica della “guerra ai cartelli della droga” poteva giustificare qualsiasi violazione della sovranità altrui. Il saldo, a conti fatti, è stato pesante: almeno 47 soldati venezuelani e 32 cubani del di sicurezza, lì su richiesta di Caracas, hanno perso la vita in quella che il governo cubano ha definito una missione di cooperazione finita in un massacro -2-4.
La narrazione della Casa Bianca e il peso delle accuse
Se sul terreno l’azione è stata un concentrato di potenza e brutalità, sul piano comunicativo l’amministrazione Trump ha imbastito una sceneggiatura che mescolava law enforcement e trionfalismo bellico. Il presidente, circondato dai suoi più stretti collaboratori tra cui il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario di Stato Marco Rubio, ha parlato dalla Florida di un’operazione “straordinaria”, un assalto come non se ne vedevano dalla Seconda guerra mondiale, e lo ha fatto con la sicurezza di chi sa di poter piegare il diritto internazionale ai propri interessi -1. Maduro e sua moglie, una volta prelevati dalla loro residenza all’interno di Fuerte Tiuna, sono stati trasferiti su una nave da guerra, la USS Iwo Jima, e poi condotti a New York, dove li attendeva un’accusa formale per “narco-terrorismo” -1-5. L’atto d’accusa, depositato pochi giorni dopo dal Dipartimento di Giustizia, non parlava solo di traffico di cocaina, ma anche di possesso di mitragliatrici e di un complotto per introdurre negli Stati Uniti dispositivi distruttivi, un’impalcatura giuridica che doveva servire a legittimare un arresto avvenuto di fatto con i metodi di un’invasione -2.
E mentre Maduro compariva in tribunale a testa alta, dichiarandosi “un uomo dignitoso, il presidente del mio paese”, la macchina geopolitica americana si metteva in moto per gestire il dopo -5. La vicepresidente Delcy Rodríguez, nominata presidente incaricata dalla Corte Suprema venezuelana, diventava immediatamente l’interlocutrice di Washington. Trump, con la sua consueta franchezza, lasciava intendere che gli Stati Uniti avrebbero “gestito il paese” fino a una transizione sicura, e che le grandi compagnie petrolifere americane sarebbero entrate per rimettere in sesto l’industria, spendendo miliardi di dollari -2. Il messaggio, per chi avesse orecchie per intendere, era chiaro: la democrazia e la libertà del popolo venezuelano erano un obiettivo secondario, una variabile dipendente dall’equazione degli idrocarburi. La leader dell’opposizione e Premio Nobel per la pace, María Corina Machado, veniva liquidata come una persona “perbene” ma senza il rispetto necessario all’interno del paese, un’esclusione che suonava come una condanna per chi aveva sperato in una transizione genuinamente democratica -2-3.
Petrolio, interessi e il silenzio (complice) della comunità internazionale
Non c’è bisogno di essere analisti della Goldman Sachs per capire che il cuore pulsante di questa vicenda batte a ritmo di barili di petrolio. Le riserve venezuelane, le più vaste del pianeta con i loro 300 miliardi di barili stimati, sono un boccone troppo ghiotto per essere lasciato in mano a un regime considerato ostile, o peggio, a competitor come Cina e Russia, che negli anni avevano messo radici profonde a Caracas -6. La scelta di Trump di aprire un canale diretto con Delcy Rodríguez, scavalcando l’opposizione, non è frutto di un caso o di una scarsa informazione: è una scelta politica precisa, che privilegia la stabilità controllata e l’accesso alle risorse al rischio di una vera rifondazione democratica. Si parla di un accordo sporco, come lo definiscono alcuni osservatori, in cui ai sopravvissuti del regime viene offerta l’impunità in cambio della disponibilità a far rifluire il greggio -3. È la realpolitik nella sua forma più cruda, quella che trasforma uno stato sovrano in una sorta di protettorato economico a cielo aperto.
Le reazioni internazionali, come prevedibile, si sono divise lungo le vecchie linee di faglia della Guerra Fredda. Da una parte, Cuba ha gridato al terrorismo di stato, la Russia ha parlato di violazione inaccettabile del diritto internazionale e l’Iran ha condannato l’aggressione, invocando una risposta immediata della comunità globale -9. Dall’altra, il Regno Unito, pur dichiarando di non essere stato coinvolto nell’operazione, non ha perso occasione per ribadire che Maduro era considerato un presidente illegittimo, in pratica una benedizione con l’accento britannico all’azione statunitense -2. E in Sudamerica, il quadro è diventato ancora più frammentato: mentre il cileno Boric esprimeva preoccupazione e condanna, invocando una soluzione pacifica, il governo di Javier Milei in Argentina si allineava senza riserve alla Casa Bianca, mostrando come la destra libertaria sia disposta a digerire qualsiasi anomalia giuridica pur di vedere sconfitto un simbolo del socialismo regionale -6-9. Il Brasile di Lula, colto di sorpresa e sostanzialmente ignorato durante tutta la pianificazione dell’operazione, ha espresso timidi riparos, ma la sensazione è che il dado sia ormai tratto e che il tabù della sovranità territoriale in America Latina sia stato infranto per sempre -8.




