La guerra in Iran spinge i mercati a scommettere su due rialzi dei tassi Bce entro la fine del 2026

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il balzo dei prezzi dell'energia conseguente all’escalation del conflitto in Iran ha letteralmente ribaltato le aspettative dei mercati finanziari riguardo alle future mosse della Banca centrale europea, imprimendo un’accelerazione significativa a scommesse che fino a pochi giorni fa apparivano del tutto minoritarie. Gli operatori, che avevano a lungo prezzato un prolungato periodo di stabilità del costo del denaro, ora scontano con una probabilità che sfiora il settanta per cento l’ipotesi di due distinti interventi restrittivi da venticinque punti base ciascuno prima che l'anno giunga a conclusione. Un primo rialzo, stando ai dati elaborati da Bloomberg, verrebbe ormai considerato dagli investitori come un evento completamente scontato già entro il mese di luglio, una tempistica che solo sette giorni fa sarebbe apparsa inverosimile alla maggior parte degli analisti. Questo repentino cambiamento di rotta nelle valutazioni degli swap sui tassi d’interesse rappresenta un segnale potente di quanto l’instabilità geopolitica, e in particolare la crisi mediorientale, stia condizionando le percezioni sull’andamento futuro dell’inflazione, spingendo i trader a ipotizzare una reazione decisa da parte di Francoforte.

Il meccanismo che sottende a questo cambiamento di prospettiva è relativamente lineare, sebbene le sue implicazioni per l’economia reale siano tutt’altro che semplici da districare. La guerra in Iran, infatti, ha innescato un’impennata dei costi energetici che rischia di riaccendere la miccia dell’inflazione proprio nel momento in cui l’Eurozona cominciava a intravedere una stabilizzazione dei prezzi vicina all’obiettivo del due per cento. Gli analisti temono una sorta di replay, seppur in un contesto macroeconomico differente, dello shock energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina, il quale aveva costretto le banche centrali a una stretta monetaria rapida e senza precedenti. La Bce, che nella sua riunione di inizio febbraio aveva lasciato invariati i tassi sui depositi al due per cento confermando un atteggiamento attendista e guidato dai dati, si troverebbe ora nella condizione di dover rivalutare la propria posizione per evitare che il rincaro delle materie prime, propagandosi attraverso le filiere produttive, vada a erodere nuovamente il potere d’acquisto delle famiglie e a innestare pericolose spirali rivendicative sul fronte salariale.

Swap e rendimenti in fibrillazione, la svolta rispetto a una settimana fa

La velocità con cui si è consumato questo ribaltamento delle aspettative ha pochi precedenti recenti e trova riscontro nell’andamento dei rendimenti obbligazionari, in particolare sui titoli di Stato tedeschi a breve termine, tradizionalmente più sensibili alle variazioni attese della politica monetaria. Solo sette giorni prima di questa impennata delle quotazioni, il sentiment dominante tra gli investitori era radicalmente diverso e la maggior parte scontava un solo rialzo, quando non ipotizzava addirittura la possibilità di un ulteriore taglio nel corso del 2026. A essere cambiato, però, non è soltanto il numero di rialzi attesi, ma la stessa filosofia d’intervento: la guerra in Iran ha introdotto una variabile imprevista e potenzialmente dirompente, capace di trasformare quella che era una posizione di nicchia, sostenuta da qualche falco all’interno del Consiglio direttivo come Isabel Schnabel, in una convinzione maggioritaria e trasversale tra i trader.

L’area dell’euro, per sua stessa conformazione strutturale, rimane particolarmente esposta a questo tipo di shock esogeni. La dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas la rende vulnerabile a ogni fiammata dei prezzi dell’energia, e il timore latente è che l’aumento del costo delle materie prime non si riveli un fenomeno passeggero, bensì un fattore persistente in grado di modificare le aspettative di inflazione di medio termine. Un’eventualità, quest’ultima, che obbligherebbe la Bce a intervenire alzando il costo del denaro per raffreddare la domanda e ancorare di nuovo le aspettative al fatidico due per cento, anche a costo di rallentare una crescita economica che, seppur mostra segnali di tenuta trainati dai servizi, rimane esposta a numerosi fattori di incertezza, dalle politiche commerciali globali all’instabilità geopolitica.

Bank of England allineata, l’inflazione torna la priorità

Questa nuova percezione del rischio inflazionistico non riguarda, del resto, la sola Banca centrale europea. Oltremanica, i mercati monetari hanno registrato un’inversione di tendenza altrettanto netta, assegnando ora una probabilità vicina al cinquanta per cento a un rialzo dei tassi da parte della Bank of England entro la fine dell'anno. Fino alla settimana precedente, le attese per la banca centrale britannica erano invece orientate prevalentemente verso nuovi tagli, a testimonianza di come il conflitto in Iran stia agendo da moltiplicatore di incertezza su entrambe le sponde della Manica, riallineando le prospettive di politica monetaria attorno al comune denominatore della lotta all’inflazione importata. I trader, in definitiva, sembrano aver recepito il messaggio che le tensioni geopolitiche possono rapidamente riesumare spettri che si credevano ormai sopiti, e stanno di conseguenza ricalibrando le loro strategie per far fronte a uno scenario in cui il costo del denaro, invece di scendere o restare piatto, potrebbe essere destinato a risalire nuovamente la china.

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