Biennale di Venezia, la protesta contro Israele chiude una ventina di padiglioni. Corteo in marcia verso l’Arsenale
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Redazione Esteri
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Venezia si trasforma oggi, in questa giornata di pre-apertura della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, in un campo di tensione diplomatica e sindacale dove il rumore di fondo non è quello dei vernissage ma il vociare di un corteo che si snoda verso l’Arsenale. La contestazione, che aveva già trovato terreno fertile nelle scorse settimane con le polemiche relative alla presenza russa, si riaccende con una violenza inedita prendendo di mira un altro attore geopolitico, lo Stato di Israele, il cui padiglione è diventato il simbolo plastico di un conflitto che ormai tracima ampiamente oltre i confini del Medio Oriente per insediarsi nei salotti dorati dell’arte contemporanea. Se da un lato il presidente della Fondazione, come riferiscono fonti ufficiali, ha cercato di prendere le distanze dall’iniziativa, sottolineando la natura autonoma della mobilitazione, dall’altro i sindacati e i collettivi del settore confermano senza mezzi termini l’adozione di uno sciopero che appare destinato a segnare un prima e un dopo nella storia della kermesse lagunare.
L’elenco delle serrande abbassate e il ruolo del canale Global Project
A dare la scossa, o per meglio dire il "la" alla protesta, è stato il canale Telegram Global Project, storicamente vicino ai centri sociali del nord-est, che ha pubblicato un bollettino di guerra civile culturale: una ventina di padiglioni nazionali hanno aderito alla serrata, lasciando i propri spazi vuoti tra i Giardini e l’Arsenale. L’elenco, che secondo gli organizzatori è ancora in aggiornamento, comprende al momento realtà geograficamente e politicamente diverse tra loro: si va dall’Austria al Belgio, dall’Egitto (unico paese arabo nella lista) fino alla Lituania, passando per il Lussemburgo, la Polonia, la Slovenia, la Spagna, la Svizzera, la Turchia, la Finlandia, l’Olanda, l’Irlanda, il Qatar, Malta, Cipro, l’Ecuador e il Regno Unito, senza dimenticare il padiglione dedicato alle Arti Applicate. La comunicazione, asciutta e carica di una retorica che richiama le mobilitazioni operaie di fine Ottocento, parla chiaramente di "sciopero di lavoratrici e lavoratori della cultura" e di chiusura delle esposizioni per protestare contro ciò che viene definito "genocidio ancora in corso in Palestina".
Dalla retorica del boicottaggio alla solidarietà con i detenuti
La mobilitazione, che alcuni osservatori hanno già definito "senza precedenti" per la portata internazionale e la simultaneità delle adesioni, non si limita tuttavia alla semplice astensione dal lavoro o all’esposizione dei manichini vuoti. Alle 16.30 è stato infatti convocato un corteo che, partendo da Via Garibaldi, punta dritto al cuore della blindatissima area dell’Arsenale dove sorge il padiglione israeliano; un luogo, quest’ultimo, presidiato da decine di agenti in tenuta antisommossa dopo i primi episodi dissuasivi, come il lancio di pomodori avvenuto nelle scorse ore. La protesta, promossa dal collettivo Anga - Art Not Genocide Alliance, allarga il proprio spettro ideologico inglobando rivendicazioni che vanno ben oltre la politica estera: nel mirino dei manifestanti finisce anche la "militarizzazione dell’economia" e, in un passaggio che intreccia l’attualità internazionale con la cronaca personale, si chiede la liberazione o la solidarietà con due attivisti di Global Sumud Flotilla, Thiago e Saif, attualmente detenuti in Israele. Questo elemento, il riferimento ai carcerati, trasforma una manifestazione contro un padiglione artistico in una questione di Stato che coinvolge la vita di due individui, caricando la giornata veneziana di un’urgenza umanitaria che le semplici dichiarazioni di boicottaggio non avrebbero potuto esprimere.
Il discrimine sindacale e la posizione della Fondazione
Mentre i manifestanti si preparano a sfidare il cordone di sicurezza per avvicinarsi allo spazio espositivo conteso, all’interno del palazzo della Biennale regna una sorta di gelida indifferenza istituzionale, sebbene segnata da una forte preoccupazione per l’immagine dell’evento. La Fondazione, interpellata in merito, ha infatti negato qualsiasi coinvolgimento diretto nell’organizzazione dello sciopero, cercando di tracciare un solco netto tra la macchina organizzativa e le pulsioni della piazza. Una precisazione, la loro, che suona come una necessaria boccata d’ossigeno per cercare di salvare la faccia di fronte agli ospiti internazionali attesi per le prossime ore, ma che cozza violentemente contro la realtà fattuale: i sindacati, dal canto loro, hanno non solo confermato l’astensione dal lavoro ma anche rivendicato la bontà della scelta, aggiungendo alla protesta anti-israeliana un pungolo endemico legato alla precarietà e alle condizioni dei lavoratori dei servizi e degli appalti. L’arte, insomma, diventa il cavallo di Troia per far entrare nella città più musealizzata del mondo un conflitto tripartito: quello mediorientale, quello sindacale e quello puramente politico legato alla gestione degli spazi espositivi.




