Melonellum al Senato, il rebus preferenze divide la maggioranza. La fronda di Forza Italia e l’incognita Consulta
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Redazione Interno
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Passato, non indenne, lo scoglio della Camera, il Melonellum si appresta ora ad affrontare la navigazione a Palazzo Madama, dove l’assenza di turbolenze non è in ogni caso assicurata. Molto dipenderà dalle mosse di Fratelli d’Italia e della premier, tuttora indecisi se ripresentare o meno l’emendamento sulle preferenze impallinato a Montecitorio dai franchi tiratori. Il tutto con la spada di Damocle della Consulta che pende sulla legge, pronta a valutare i molteplici profili di criticità costituzionale sollevati dal testo.
Il secondo round sulle preferenze e la resistenza di Forza Italia
L’approvazione alla Camera ha sancito una vittoria di Pirro per la maggioranza. Il premio di maggioranza e le liste bloccate sono passati, ma l’emendamento che reintroduceva le preferenze è stato affossato. E proprio su questo punto si gioca la partita più delicata al Senato. La posizione di Forza Italia appare come una trincea inespugnabile: secondo fonti vicine al partito, almeno dieci senatori su venti sarebbero pronti a dire di no a qualsiasi modifica che reintroduca le preferenze, anche se riformulata con correttivi sulla parità di genere.
Una fronda che il leader Antonio Tajani non ha ancora ufficialmente sconfessato, limitandosi a ribadire che per il partito l'importante è la stabilità della legge, mentre l’ala più vicina a Marina Berlusconi, rappresentata dalla capogruppo Stefania Craxi, avrebbe già messo in guardia Palazzo Chigi.
Il difficile equilibro tra gli alleati e lo spettro del voto segreto
Il quadro degli orientamenti è fluido ma già delineato: il sì convinto a riproporre l’emendamento arriva da Noi Moderati e da Matteo Salvini, che da Bari ha auspicato un recupero delle preferenze a Palazzo Madama. Diversa la posizione di Fratelli d’Italia, dove prevale la prudenza e il consiglio a non forzare la mano, anche per evitare di allungare i tempi di un iter che già si preannuncia complesso.
La premier Meloni, tuttavia, sembra tentata dal “tutto per tutto”, consapevole che a Palazzo Madama, a differenza di Montecitorio, non è previsto il voto segreto. Questo elemento, sulla carta, dovrebbe scongiurare il ripetersi dei tradimenti in aula, costringendo gli alleati a esporsi in modo palese.
L’eventuale approvazione di una modifica al Senato, però, costringerebbe il testo a tornare alla Camera per una terza lettura, con il rischio concreto di un nuovo voto segreto sul provvedimento finale che potrebbe riaprire scenari di instabilità per l’esecutivo.
I tempi stretti e l’incognita della Consulta
Il provvedimento sarà incardinato in commissione Affari costituzionali al Senato a metà della prossima settimana, ma con tutta probabilità l’esame vero e proprio slitterà a settembre, dopo la pausa estiva. Un allungamento dei tempi che a Palazzo Chigi non viene visto come un male assoluto: l’eventuale pronuncia della Consulta, che sicuramente arriverà su ricorso delle opposizioni il giorno dopo l’approvazione, rappresenta l’incognita più temuta.
La strategia di alcuni membri del governo sarebbe quella di spingere l’approvazione oltre l’autunno, magari verso Natale, nella speranza che il giudizio della Corte arrivi a urne chiuse, rimandando al prossimo Parlamento l’onere di eventuali correzioni. La legge è infatti considerata piena di “problemi costituzionali”, dalla sovrarappresentazione garantita dal premio di maggioranza all’esclusione dal computo dei voti per le liste minori, passando per la questione delle liste bloccate e della conoscibilità dei candidati.




