Legge elettorale, il centrodestra deposita lo “Stabilicum” e apre il fronte delle preferenze. Il Pd attacca: “È una manovra contro il referendum”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il tabellone luminoso di Palazzo San Macuto, dove ha sede la commissione Affari costituzionali della Camera, adesso segna una nuova voce. Dopo giorni di trattative serrate, condotte tra via della Scrofa e gli uffici dei capigruppo, il centrodestra ha formalizzato il suo disegno di riforma del sistema di voto, un testo che qualcuno, con un termine destinato a fare breccia nel dibattito pubblico, ha già ribattezzato “Stabilicum”. L’impianto, frutto di un equilibro trovato a tarda notte tra gli sherpa dei partiti di maggioranza, cancella i collegi uninominali del Rosatellum per introdurre un proporzionale puro corredato da un premio di maggioranza. La soglia per scattare è fissata al 40% dei consensi: a chi la raggiunge andrebbero 70 seggi automatici alla Camera e 35 al Senato, una dote pensata per blindare l’esecutivo uscito dalle urne. Nel caso in cui nessuna coalizione superi quella quota, ma due si collochino nella forbice tra il 35 e il 40%, è previsto un ballottaggio.

Sul piatto, però, resta una questione aperta, e non di dettaglio: quella delle preferenze. Il testo depositato, che porta la firma dei presidenti dei gruppi e che verrà ora avviato all’esame parlamentare, le esclude, optando per liste bloccate. Ma Fratelli d’Italia, che pure aveva dovuto prendere atto del muro alzato dalla Lega durante le riunioni preparatorie, non ha alcuna intenzione di considerare chiusa la partita. Il partito di Giorgia Meloni, per bocca del suo responsabile organizzazione Giovanni Donzelli, ha annunciato che presenterà un emendamento per reintrodurle, una mossa che potrebbe rimescolare le carte in Aula e aprire varchi inaspettati. E non si tratta di un vezzo ideologico: la premier, quando era all’opposizione, aveva più volte bacchettato il governo di allora proprio per l’assenza di preferenze, definendo le liste bloccate una pietra tombale sulla credibilità della politica. Una frase che, oggi, l’opposizione le rinfaccia, e che rende la posizione del partito di maggioranza relativo potenzialmente elastica.

Il nodo preferenze spacca il parlamento e apre spiragli in aula

Se la maggioranza ha trovato un’intesa di massima, il destino dello “Stabilicum” potrebbe decidersi proprio su questo crinale. Il ricorso alle preferenze, infatti, gode di un consenso che tracima gli steccati tradizionali. Oltre a Fratelli d’Italia e a Noi Moderati, che hanno già annunciato il loro sostegno alla modifica, si sono detti favorevoli esponenti di Italia Viva e Azione, e persino alcune voci interne al Partito democratico e al Movimento 5 Stelle iniziano a guardare con interesse all’ipotesi di poter incidere sulla scelta dei candidati. Per la premier, e per il suo partito, si profila così una strategia chiara: portare il dibattito in Parlamento e giocare la partita degli emendamenti, cercando una maggioranza alternativa che, di fatto, costringa gli alleati — Lega in testa, storicamente contraria al meccanismo perché lo ritiene distorsivo — a rivedere le proprie posizioni. Forza Italia, dal canto suo, mantiene un profilo basso, dichiarandosi non pregiudizialmente contraria ma attendista, pronta a valutare i pro e i contro di una modifica che, se approvata, cambierebbe radicalmente la fisionomia della legge.

La reazione delle opposizioni tra chiusure e aperture sotterranee

Sul fronte opposto, la reazione è stata fulminea e, almeno pubblicamente, di netta chiusura. Il Partito democratico ha bollato il testo come “irricevibile” e “inaccettabile” ancora prima di leggerne le bozze definitive, una posizione ribadita dalla segretaria Elly Schlein, che vede nella riforma una manovra per distrarre l’attenzione dal referendum sulla giustizia e dai problemi reali del Paese, a partire dalla sanità. L’accusa, che arriva dai piani alti del Nazareno, è che il blitz sul “Melonellum” — come lo hanno apostrofato a sinistra — sia il sintomo di una paura della premier di affrontare la prova delle urne con le regole attuali. Eppure, sotto la superficie dello scontro frontale, qualcosa si muove. La scelta di FdI di aprire sul tema delle preferenze, infatti, mette i dem di fronte a un bivio: continuare sulla linea della trincea, rifiutando qualsiasi confronto, o raccogliere il guanto di sfida su un dettaglio tecnico che potrebbe lacerare il fronte del “campo largo”. Non tutti, nell’opposizione, condividono la strategia dell’Aventino; c’è chi, come l’ex senatore Luigi Zanda, invita a non avere pregiudizi verso il proporzionale e a valutare i dettagli, perché un confronto, prima o poi, sarà inevitabile e, anzi, creare le condizioni per votare insieme la legge elettorale sarebbe anche nell’interesse del Pd. Parole che suonano come un’apertura di credito, o quanto meno come un invito a non chiudere del tutto le porte.

La scommessa sulla stabilità e i conti con i sondaggi

La ratio dichiarata dello “Stabilicum” è la governabilità. L’obiettivo, come spiegano i firmatari, è tradurre il voto in una maggioranza certa e duratura, evitando le pastoie dell’instabilità cronica. Il premio del 40%, secondo le simulazioni basate sugli attuali sondaggi, regalerebbe al centrodestra un vantaggio solido, blindando di fatto Camera e Senato anche in caso di flessioni del consenso. Ma la partita, in Parlamento, non si gioca solo sui numeri. L’assenza delle preferenze, in particolare, rischia di rendere il testo poco digeribile a quegli elettori che rivendicano il diritto di scegliere la persona, non solo il simbolo. Ecco perché l’emendamento di Fratelli d’Italia, che verrà discusso nelle prossime settimane in commissione, rappresenta una variabile cruciale. Se passasse, il sistema diventerebbe un ibrido ancora diverso, più vicino alle istanze di rappresentanza ma anche più complesso da gestire per le segreterie. L’iter, ora, si sposta nelle aule parlamentari, dove il testo verrà sezionato, discusso e, prevedibilmente, modificato. Le opposizioni, nel frattempo, studiano le carte, pronte a impugnare la bandiera delle preferenze o a denunciare la “truffa” della riforma a seconda di come girerà il vento.

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