Lo Stabilicum, le preferenze fantasma e il referendum: la legge elettorale arriva in Parlamento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è un Titolo che strapperà un sorriso agli elettori, quelli che magari, domenica tra un mese, si recheranno alle urne per il referendum sulla giustizia senza sapere che, intanto, il quadro in cui quella consultazione si inserisce è già profondamente mutato. Il centrodestra ha infatti depositato alle Camere il testo della nuova legge elettorale, un provvedimento che porta la firma dei capigruppo di maggioranza e un nome, Stabilicum, che qualcuno potrebbe giudicare ambizioso se non fosse per la sua genese, raccontata a tratti quasi con ironia dal vicesegretario di Forza Italia, Stefano Benigni, che ne rivendica la paternità quasi come fosse nato per caso, da una battuta, e che però ora, quel nome, è destinato a fare il giro dei palazzi romani e non solo.

L’impianto, per chi lo ha potuto esaminare, si regge su un’architettura che abbandona i collegi uninominali, cuore pulsante del Rosatellum, per abbracciare un sistema proporzionale corretto da un robusto premio di maggioranza: settanta seggi alla Camera, trentacinque al Senato, destinati d’ufficio alla coalizione che dovesse superare la soglia del quaranta per cento dei consensi. Un meccanismo, questo, che una simulazione di YouTrend per SkyTg24 ha già proiettato nel futuro, disegnando uno scenario dove, con gli attuali rapporti di forza, il centrodestra si ritroverebbe con una maggioranza blindata, ben superiore al fatidico 57 per cento dei seggi, mentre il cosiddetto campo largo, nonostante un buon risultato, resterebbe a bocca asciutta per quanto riguarda il premio. Se nessuno raggiungesse quella quota, è previsto un ballottaggio tra le due coalizioni che si attestino almeno al 35%, un’ipotesi che i sondaggisti, come Antonio Noto, stanno già studiando per capire come distribuirebbe i pesi parlamentari.

Eppure, al netto dei numeri e delle proiezioni, ciò che colpisce è la tempistica. La scelta di accelerare, di cucire un accordo notturno e di portare il testo in aula proprio alla vigilia del referendum, è stata letta dalle opposizioni come una mossa spregiudicata, un tentativo di blindare le regole del gioco quando ancora l’esito della consultazione popolare sulla giustizia, vissuta come una sorta di prova generale, pende come una spada di Damocle sul governo. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, è apparsa perplessa, sottolineando come ancora nessuno abbia visto il testo definitivo, ma che dalle indiscrezioni trapelino elementi di distorsione della rappresentanza, un rischio concreto, a suo dire, che la coalizione vincente possa poi eleggersi da sola anche il prossimo presidente della Repubblica. Una critica, la sua, che si è subito spostata sul piano politico, lamentando che mentre la produzione industriale segna il passo da trenta mesi, il governo abbia deciso di riunirsi non per parlare di salari, ma per garantirsi un futuro.

Il nodo delle preferenze e il pressing degli alleati

La fretta, si sa, è cattiva consigliera, e forse anche per questo che a ventiquattr’ore dalla presentazione del testo, dalla maggioranza filtra già l’idea di un emendamento correttivo. Si parla di reintrodurre le preferenze, un tema spinoso che Giorgia Meloni aveva sempre accarezzato nei suoi programmi, quella promessa di dare la parola ai cittadini per scegliere i propri rappresentanti, che ora rischiava di infrangersi contro la realtà di un listino bloccato di soli nominati dai leader. Ecco allora che l’ipotesi delle preferenze, come raccontano fonti parlamentari, diventa una concessione quasi obbligata, una toppa per rendere meno amara la pillola a chi, dentro la coalizione, storce il naso. Per la Lega, in particolare, il nodo è esistenziale: il proporzionale puro, lo ha detto Giancarlo Giorgetti parlando con i suoi, rischia di far scomparire il partito, di diluirne il peso specifico in una coalizione dove Fratelli d'Italia fa da traino. E Salvini, dal canto suo, deve fare i conti anche con l'effetto Vannacci, quel generale che si aggira per Roma con il suo completo gessato, pronto a candidarsi come valvola di sfogo per gli elettori delusi, e che con la nuova legge rischierebbe di restare fuori o di diventare un ago della bilancia scomodo.

Il dibattito, dunque, si infiamma proprio su quei dettagli tecnici che, ai non addetti ai lavori, paiono noiosi formalismi. La scelta del premio a seggi e non a percentuale, la tenuta delle liste bloccate, il timore che si torni a una selezione della classe dirigente dall'alto, come paventato da Stefano Patuanelli del Movimento 5 Stelle, sono tutti elementi che concorrono a rendere la partita più complessa di quanto sembri. Non è un caso che, come riportato da alcuni osservatori, il tenore dei colloqui riservati tra gli sherpa della maggioranza e le opposizioni fosse ben più disteso di quanto le dichiarazioni pubbliche lascino intendere, segno che sotto traccia si cerca un'intesa, o quantomeno si evitano rotture che potrebbero rivelarsi costose in vista del referendum.

Il referendum come specchio e l'ombra del premierato

L’accelerazione impressa alla riforma elettorale, in fondo, si spiega proprio con la scadenza referendaria. Quella consultazione, che il governo avrebbe voluto mantenere il più possibile tecnica e distante dalle polemiche politiche, rischia invece di diventare un giudizio popolare sul progetto politico della presidente del Consiglio. Meloni, forte di un consenso personale che i sondaggi continuano a certificare, sa che giocarsi tutto sul filo del referendum potrebbe essere pericoloso, meglio quindi blindare prima le regole del gioco, assicurarsi che, qualunque sia l'esito, la prossima partita si giochi su un campo favorevole.

C’è poi l’altro grande tassello del mosaico, il premierato, quella riforma costituzionale che giace in Parlamento e che, nelle intenzioni originali, avrebbe dovuto viaggiare di pari passo con la nuova legge elettorale. Ma i tempi si sono allungati, le audizioni procedono a rilento, e l’idea di applicare in anticipo lo spirito della riforma costituzionale, indicando già ora il nome del premier sulla scheda, si è scontrata con la realtà. La bozza dello Stabilicum, infatti, non prevede l’indicazione del candidato presidente sulla scheda, ma solo nel programma di coalizione, una mediazione che accontenta tutti e nessuno, e che mostra quanto sia complesso mettere d'accordo le diverse anime della maggioranza su un tema così identitario. Forza Italia, per bocca di Benigni, insiste sulla stabilità come obiettivo, un concetto che il nome stesso della legge vorrebbe evocare, e che suona come un monito in una legislatura che, nonostante la solidità apparente, mostra ogni giorno le sue crepe interne.

Le opposizioni, dal canto loro, si preparano alla battaglia. Mentre il testo inizia il suo iter in commissione, il fronte del centrosinistra, pur diviso su molte cose, trova unità nel respingere al mittente l'accusa di volere governi tecnici o di essere nostalgico di chissà quali equilibri passati. La loro critica è concreta: si contesta la mancanza di trasparenza, si denuncia la fretta, e si prova a spostare l'attenzione sul merito, sulla qualità della rappresentanza che ne verrebbe fuori. E mentre i leader si confrontano in aula e in tv, fuori dai palazzi, la macchina del referendum continua a macinare consensi e dissensi, con gli attivisti pronti a mobilitarsi e l'esito, come sempre in questi casi, tutto da scrivere.

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