Francesca Albanese di nuovo nella blacklist Usa: l’isolamento finanziario come sanzione
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Redazione Esteri
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Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, attraverso l’Office of Foreign Assets Control (Ofac), ha reinserito Francesca Albanese nella lista nera delle persone sottoposte a sanzioni, la cosiddetta Sdn List (Specially Designated Nationals). La misura, arrivata nella giornata del 27 maggio, riattiva di fatto il provvedimento che solo pochi giorni prima – esattamente una settimana fa – era stato revocato per ottemperare a un’ordinanza giudiziaria, sebbene l’amministrazione Trump avesse già allora precisato che si sarebbe trattato di una sospensione temporanea.
Non si configura, in questo caso, una multa dall’importo quantificabile né una sanzione pecuniaria diretta; il peso della misura, piuttosto, va ricercato nell’isolamento finanziario e operativo che ne deriva, un meccanismo che impedisce alla relatrice Onu l’accesso al sistema bancario statunitense e, di riflesso, limita pesantemente le transazioni internazionali in dollari.
Il braccio di ferro giudiziario e la sospensione tecnica
Il provvedimento di condono, quello revocato il 21 maggio, era stato disposto in risposta a un’ingiunzione del giudice federale Richard Leon, del tribunale del distretto di Columbia. Quest’ultimo aveva accolto la richiesta presentata da Massimiliano Calì, marito della giurista, agendo per conto del figlio della coppia – un minore in possesso della cittadinanza statunitense – ritenendo che le sanzioni violassero la libertà di espressione della Albanese garantita dal primo emendamento.
Tuttavia, la sospensione è durata lo spazio di pochi giorni: un collegio di tre giudici della Corte d’Appello per il circuito del District of Columbia ha infatti concesso una sospensione amministrativa della decisione di Leon, dando così luce verde all’esecutivo per ripristinare le restrizioni in attesa che la corte si pronunci nel merito.
Le conseguenze pratiche dell’inserimento nella Sdn List
Le implicazioni di questo reinserimento, va detto, vanno ben oltre il semplice divieto d’ingresso negli Stati Uniti. Essere inclusi nella lista dell’Ofac comporta il congelamento dei beni sotto giurisdizione americana, ma l’effetto più pericoloso è quello extraterritoriale: qualsiasi banca estera che utilizzi il sistema finanziario Usa o che effettui transazioni in dollari rischia sanzioni secondarie e multe salatissime se dovesse fornire servizi alla persona designata.
Di fatto, la relatrice si trova in uno stato di isolamento che la costringe a operare esclusivamente con contanti, non potendo fare affidamento su carte di credito o strumenti bancari tradizionali. Questa azione, lo ricorderemo, era stata giustificata dal segretario di Stato Marco Rubio – che già nel luglio 2025 parlava di “antisemitismo sfacciato” e sostegno al terrorismo – in virtù dell’ordine esecutivo 14203 firmato da Donald Trump, lo stesso utilizzato per colpire i magistrati della Corte penale internazionale.
Una vicenda personale dal forte impatto politico
La vicenda, oltre a essere un precedente giuridico delicato, espone anche le crepe della protezione diplomatica europea; mentre la Spagna e la Slovenia hanno preso posizioni nette a sostegno della propria cittadina, le grandi nazioni fondatrici dell’Unione – come l’Italia, la Francia e la Germania – hanno mostrato un sostanziale allineamento con Washington, limitandosi a un silenzio che molti interpretano come timore nei confronti della Casa Bianca.
La battaglia legale, ad ogni modo, non è ancora giunta al capolinea; la famiglia della Albanese, che da subito ha contestato l’illegittimità delle misure, potrebbe proseguire l’azione giudiziaria davanti ai tribunali americani. La misura, infatti, rimane in vigore “in attesa di ulteriori ordini della corte”, lasciando aperta la possibilità di una futura inversione di tendenza se il giudice Leon dovesse vedere confermate le sue tesi sulla libertà di espressione.




