Chikungunya, il caso di Bologna non è il primo: perché chi è contagiato deve restare in isolamento
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Redazione Salute
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Il virus Chikungunya, trasmesso principalmente dalla zanzara tigre (Aedes albopictus), torna a far parlare di sé in Italia dopo i focolai registrati negli anni passati. A Bologna, il cosiddetto "caso zero" è stato identificato in un paziente rientrato da un’area endemica, mentre un secondo contagiato – inizialmente ritenuto autoctono – potrebbe essere invece collegato alla stessa fonte. L’Azienda sanitaria locale ha avviato le procedure per riclassificare l’episodio, confermando che il contagio è avvenuto attraverso una zanzara infetta, sebbene la persona non avesse viaggiato.
«Nel 2007 si verificarono oltre duecento casi in Emilia-Romagna, e nel 2017 quasi trecento, concentrati soprattutto nel Lazio», ricorda Massimo Andreoni, infettivologo e direttore scientifico della Società di malattie infettive e tropicali, sottolineando come la diffusione del virus non sia una novità assoluta. La zanzara tigre, ormai radicata nel territorio italiano, rappresenta un vettore efficiente, capace di trasformare casi sporadici in focolai locali quando le condizioni climatiche lo favoriscono.
I sintomi – febbre alta, dolori articolari debilitanti, cefalea e rash cutaneo – possono persistere per settimane, rendendo essenziale la diagnosi precoce per evitare complicazioni. Sebbene raramente letale, la malattia impone un periodo di isolamento ai pazienti, sia per agevolare la guarigione sia per limitare il rischio che le zanzare locali, pungendo chi è infetto, inneschino una catena di trasmissione.
Le misure di prevenzione, come l’uso di repellenti e l’eliminazione dei ristagni d’acqua, rimangono fondamentali, soprattutto nelle regioni dove la presenza dell’insetto è massiccia. L’Emilia-Romagna e il Veneto hanno già intensificato i controlli, consapevoli che, in assenza di un vaccino, l’unica arma efficace è impedire che il virus si diffonda ulteriormente.




