Adolescence", la serie Netflix che scuote il regno unito e riaccende il dibattito sulla mascolinità tossica
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La miniserie Adolescence, disponibile su Netflix, ha travolto il pubblico britannico con una trama cruda e senza compromessi, diventando ben più di un semplice intrattenimento. Al centro della narrazione c’è Jamie, tredicenne accusato di omicidio, la cui storia – ispirata all’omonimo romanzo di William Landay – solleva interrogativi scomodi sulla giustizia minorile, l’influenza digitale e le pressioni che deformano l’identità degli adolescenti. Il primo ministro Keir Starmer, dopo averla vista con la propria famiglia, ne ha proposto la proiezione nelle scuole, definendola uno strumento utile per discutere della radicalizzazione online e dei modelli distorti proposti da certi influencer.
Quello che colpisce, oltre alla trama serrata, è l’autenticità con cui vengono rappresentati i conflitti generazionali. I genitori di Jamie, interpretati con intensità da attori come Chris Evans e Michelle Dockery nell’adattamento In difesa di Jacob, incarnano l’incubo di ogni famiglia: scoprire che il proprio figlio nasconde un volto sconosciuto, capace di gesti irreparabili. La serie, evitando facili moralismi, mostra quanto il confine tra vittima e carnefice possa sfumare quando si parla di minori plasmati da un contesto sociale sempre più polarizzato.
Netflix, del resto, non è nuova a produzioni che esplorano il lato oscuro dell’adolescenza, ma Adolescence si distingue per la sua capacità di unire thriller giudiziario e analisi psicologica. Senza rivelare dettagli, la trama affronta anche il tema del femminicidio, aggiungendo un ulteriore strato di complessità a un dibattito già infiammato. E mentre nel Regno Unito si discute dell’opportunità di usare la fiction come strumento educativo, la serie continua a dividere chi la considera un monito necessario e chi, invece, teme la spettacolarizzazione di dinamiche delicate




