Stress e sonnellini prolungati, così il cervello avverte prima dell’ictus
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Redazione Salute
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L’ictus, nella sua manifestazione acuta, è un evento che sconvolge l’esistenza in pochi istanti, eppure, a ben guardare, quasi mai arriva senza aver prima bussato. Il punto, naturalmente, è riconoscerne i segnali quando sono ancora flebili, mascherati da abitudini quotidiane o da malesseri che si tende a normalizzare. In vista della Settimana mondiale del cervello, che si è conclusa da pochi giorni, l’associazione Alice Italia Odv ha riacceso i riflettori su due spie spesso trascurate: lo stress che non concede tregue e un sonno, notturno o diurno, che perde la sua funzione rigenerante per diventare esso stesso un fattore di rischio. Non si tratta, è bene chiarirlo subito, del riposino programmato di venti minuti, quello che Fiorello avrebbe probabilmente definito con la sua verve “pennicanza” e che anzi giova alla memoria e al recupero mentale. Il problema è un altro, e riguarda la qualità e la durata di questi episodi.
Lo stress cronico e il danno silenzioso ai vasi sanguigni
Lo stress, si sa, è una risposta fisiologica necessaria, un meccanismo di difesa che ci prepara ad affrontare le sfide. Il guaio, spiegano gli esperti dell’associazione, comincia quando l’organismo rimane intrappolato in questo stato di allerta permanente. Lo stress che diventa cronico tiene costantemente attivi i sistemi di risposta, inondando il di cortisolo e tenendo acceso il sistema nervoso simpatico. Questa iperattività, protratta nel tempo, non è senza conseguenze: può tradursi in un innalzamento stabile della pressione arteriosa, in uno stato infiammatorio diffuso e in una progressiva rigidità delle pareti dei vasi sanguigni. Come sottolinea Valeria Caso, responsabile della Stroke Unit del Polo Ospedaliero di Saronno, non va letto solo come un disagio psicologico, ma come uno stimolo biologico persistente che mina l’equilibrio cardiovascolare, creando le condizioni ideali per l’aterosclerosi e la formazione di trombi. Insomma, l’ipertensione e gli eventi cardiovascolari, che sono tra i principali nemici della salute cerebrale, trovano nello stress un alleato silenzioso ma potentissimo.
Il paradosso del sonno: quando riposare fa male
Analogo discorso vale per il sonno, o meglio per i suoi disturbi. Se dormire bene è un'attività tutt'altro che passiva, ma anzi un momento in cui il regola la pressione, la quale scende fisiologicamente, e modula i processi infiammatori, un riposo alterato chiude questa finestra di protezione. Dormire meno di cinque o sei ore a notte, così come eccedere le nove, è stato associato a un incremento del rischio di ictus. A destare particolare preoccupazione, tra i disturbi del sonno, è l'apnea ostruttiva. Questa condizione, che porta a ripetute e inconsapevoli pause respiratorie, causa un duplice danno: ipossia intermittente e sbalzi pressori improvvisi, aumentando di circa il doppio la probabilità di un evento cerebrovascolare rispetto a chi non ne soffre. Non solo, l'attenzione della ricerca si è spostata anche sui sonnellini diurni. Una revisione di studi osservazionali pubblicata su 'Sleep Medicine Reviews' e che ha coinvolto oltre seicentomila persone ha evidenziato come i riposini che superano i novanta minuti siano correlati a un aumento del rischio fino all'ottanta per cento. A essere pericolosi, più della durata in sé, sono l'involontarietà e la frequenza di queste pennichelle, le quali potrebbero nascondere un sonno notturno non ristoratore o patologie sottostanti come la stessa apnea.
I campanelli d'allarme da non ignorare
Il messaggio che arriva dagli specialisti, e in particolare da Massimo Del Sette, direttore della Uoc Neurologia del Policlinico San Martino di Genova, non è certo quello di demonizzare il riposo pomeridiano. Piuttosto, si invita a prestare orecchio a ciò che il cerca di comunicare. Se ci si accorge di una sonnolenza diura persistente e non voluta, o di un bisogno irrefrenabile di dormire che va oltre la stanchezza occasionale, potrebbe essere il caso di indagare. Non si tratta, lo si ripete, di allarmismi, ma di prevenzione. Ascoltare la stanchezza che diventa cronica o la tendenza ad appisolarsi in momenti inopportuni significa intercettare quei segnali che il cervello, molto prima che l’ictus si manifesti in forma acuta, invia per chiedere aiuto. Andrea Vianello, presidente di Alice Italia Odv, ricorda come la prevenzione non possa più limitarsi ai soli fattori di rischio classici, come il fumo o il diabete, ma debba allargarsi a includere la qualità del sonno e la gestione dello stress. Perché spesso, dietro un evento che sembra improvviso, si celano anni di segnali inascoltati.
Description: Ictus, i segnali che precedono l'evento acuto. Stress cronico e sonnolenza diurna sono fattori di rischio emergenti secondo Alice Italia. I dati sugli studi.




