Stile di vita e segnali silenziosi: perché stress e sonnellini lunghi possono essere spie di un ictus
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Redazione Salute
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L’immagine che si ha dell’ictus, quella di un evento fulmineo e improvviso che sconvolge l’esistenza in pochi secondi, corrisponde solo alla fase finale di un percorso molto più complesso che, nella stragrande maggioranza dei casi, affonda le sue radici in un processo silenzioso, sviluppatosi talvolta per anni, durante i quali l’organismo accumula segnali di disagio che vengono spesso liquidati come normali conseguenze dello stile di vita moderno. A gettare luce su questi “campanelli d’allarme” che precedono l’evento acuto è l’associazione Alice Italia, che nel corso degli ultimi studi ha voluto puntare l’attenzione su due fattori in particolare, spesso sottovalutati nella loro pericolosità: lo stress cronico, inteso non come la normale reazione a un impegno improvviso ma come uno stato di attivazione persistente che il Corpo non riesce più a disinnescare, e le alterazioni del sonno, sia nella sua qualità notturna sia nella manifestazione diurno.
Lo stress come miccia silenziosa
Quando si parla di stress, è necessario distinguere tra la risposta fisiologica, che ci permette di affrontare le sfide quotidiane, e quella condizione patologica che si instaura quando lo stato di allerta non si spegne mai realmente. In presenza di stress cronico, spiegano i neurologi, l’organismo mantiene una produzione prolungata di ormoni come il cortisolo e tiene costantemente attivato il sistema nervoso simpatico, con conseguenze dirette sul sistema cardiovascolare: nel tempo, questa condizione può determinare un aumento stabile della pressione arteriosa, una maggiore rigidità delle pareti dei vasi sanguigni e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Sono questi, nello specifico, i meccanismi che favoriscono la progressione dell’aterosclerosi e la conseguente formazione di trombi; ecco spiegato, quindi, il legame tra una condizione psicologica apparentemente immateriale e il rischio concreto di un evento cerebrovascolare. Le persone esposte a questo tipo di stress presentano, secondo le evidenze scientifiche, una maggiore incidenza di ipertensione arteriosa, che resta il principale fattore di rischio per l’ictus.
Il sonno che non rigenera
Ma il campanello d’allarme più insidioso, forse anche perché legato a una sensazione soggettiva di benessere, riguarda il riposo. Il sonno non è un semplice “spegnimento” del, ma una fase attiva di regolazione e recupero durante la quale la pressione arteriosa tende a ridursi in modo significativo, l’attività del sistema simpatico diminuisce e i processi infiammatori vengono modulati. Quando questo equilibrio si rompe, quando il sonno diventa insufficiente (inferiore a cinque-sei ore per notte) o eccessivo (superiore a otto-nove ore), o quando è frammentato e disturbato, quella finestra di protezione fisiologica si chiude, lasciando il sistema vulnerabile. Un ruolo particolarmente rilevante in questo quadro è giocato dall’apnea ostruttiva del sonno, una condizione spesso non diagnosticata che interessa una quota importante della popolazione adulta: le ripetute pause respiratorie notturne causano ipossia intermittente e brusche oscillazioni della pressione, contribuendo a un danno vascolare progressivo che, nei casi documentati, raddoppia il rischio di andare incontro a un ictus rispetto a chi non ne soffre.
Il paradosso del riposino pomeridiano
È nel capitolo dedicato al sonno diurno, tuttavia, che si annida forse la sorpresa maggiore per le nostre abitudini mediterranee. Se un breve riposino programmato, di durata inferiore ai trenta minuti, può persino aiutare il recupero mentale e la memoria, le pennichelle lunghe e involontarie sembrano avere l’effetto diametralmente opposto, trasformandosi in un potente indicatore di rischio cerebrovascolare. Una revisione sistematica di studi osservazionali, pubblicata su una rivista internazionale del settore e condotta su oltre seicentomila persone (di cui circa sedicimila avevano avuto un ictus), ha evidenziato una relazione chiara e quasi lineare: rispetto a chi non dorme durante il giorno, i sonnellini che superano i novanta minuti sono associati a un aumento del rischio fino a circa l’ottanta per cento. Ancora più preoccupante, aggiungono gli specialisti di Alice Italia, è il dato relativo ai sonnellini non programmati e involontari, quelli in cui ci si addormenta senza volerlo e magari in momenti inappropriati della giornata: in questi casi, il rischio è risultato quasi triplo rispetto a chi non fa riposini diurni.
Non si tratta, avvertono gli esperti, di demonizzare la “siesta” italica, resa celebre da artisti come Fiorello con il suo neologismo “Pennicanza”, ma di interpretare correttamente il segnale: la sonnolenza diurna frequente e non voluta può essere infatti il sintomo di un sonno notturno non ristoratore o di disturbi come l’apnea ostruttiva, piuttosto che la causa diretta dell’evento. Il messaggio che arriva dalla comunità scientifica è quindi quello di non sottovalutare mai questi segnali apparentemente banali: la tendenza ad addormentarsi durante il giorno, la stanchezza persistente che non passa con il riposo o l’abitudine a sonnellini sempre più lunghi e frequenti non vanno considerati normali “difetti” dell’età o della stagione, ma possibili spie di un processo patologico in atto. Prendersi cura del sonno e gestire lo stress, in quest’ottica, non significa soltanto migliorare la qualità della vita quotidiana, ma compiere un vero e proprio atto di prevenzione nei confronti di uno degli eventi più temuti e invalidanti per la salute dell’individuo.




