Petrelluzzi contro il caso Garlasco: "Una vergogna, non me ne sono mai occupata e ne vado fiera"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre il caso di Garlasco continua a dominare i palinsesti televisivi e le prime pagine dei giornali, alimentato da fughe di notizie e colpi di scena giudiziari che da oltre un anno tengono banco, c'è chi sceglie di voltare le spalle a quella che definisce una "esagerazione mediatica". Roberta Petrelluzzi, storica conduttrice e regista di "Un giorno in pretura", programma cult di Rai 3 giunto ormai alla sua 38ª edizione, ha preso una posizione netta e senza mezzi termini sull'ossessione per il delitto di Chiara Poggi, rivendicando con orgoglio di non averlo mai ospitato nei suoi studi.

La critica alla spettacolarizzazione

In una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera, la Petrelluzzi non ha usato giri di parole nel definire il circo mediatico che si è creato intorno alla riapertura delle indagini: «Una vergogna, una esagerazione». La sua critica, tuttavia, non si limita al singolo caso, ma investe l'intero sistema televisivo italiano, che a suo dire è ormai "invasa dalla cronaca nera".

Secondo la giornalista, questa deriva sarebbe alimentata da una logica perversa per la quale i delitti garantiscono ascolti elevati a costi contenuti, mentre il lavoro di approfondimento e ricerca che sta dietro a un programma come il suo viene penalizzato. «C'è un tale studio e ragionamento nella costruzione di 'Un giorno in pretura' che dovremmo avere il 30 per cento di share», ha dichiarato, alludendo al fatto che il format meriterebbe ben altra considerazione da parte del pubblico.

Il confronto con Vermicino e il "vanto" di non essersene occupata

Per spiegare la natura quasi ipnotica di questi fenomeni mediatici, la conduttrice ha fatto un salto indietro nel tempo, rievocando la tragedia di Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo a Vermicino nel 1981. «Una cosa analoga», ha commentato, descrivendo come l'intera nazione rimase incollata allo schermo per tre giorni, vittima di una sorta di "magia nera" a cui è difficile sottrarsi. Proprio per questa sua consapevolezza, Petrelluzzi ha tenuto a precisare che il delitto di Garlasco non è mai entrato nella sua trasmissione: «No, ed è un vanto. lo farò se si arriverà a processo, ma non con piacere». Una scelta che la distingue nettamente dal resto del panorama televisivo, dove il caso è stato invece amplificato in ogni suo aspetto, talvolta rasentando il limite del processo mediatico.

La posizione garantista su Alberto Stasi

La posizione di Petrelluzzi non è però solo una questione di stile, ma tocca il merito della vicenda giudiziaria. In un intervento che riecheggia le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, la giornalista ha espresso un chiaro pensiero garantista sulla posizione di Alberto Stasi, l'unico condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi. «Alberto Stasi è stato assolto per ben due volte. Allora: basta, interrompiamo. Se in primo grado e in appello non sono riusciti a trovare le prove sufficienti si deve chiudere».

Una riflessione che solleva un interrogativo sulla tenuta del principio del "ne bis in idem" e sulla possibilità che, a distanza di tanti anni e dopo due gradi di giudizio, nuovi elementi possano davvero scardinare una verità processuale già consolidata.

"Un giorno in pretura" e il confronto con il male

Nonostante la sua distanza dal clamore di Garlasco, Roberta Petrelluzzi ha alle spalle quasi quarant'anni di carriera passati a raccontare i grandi processi italiani, dal Maxiprocesso di Palermo al delitto di Avetrana, fino ai casi di cronaca nera che hanno segnato la storia del paese. Ed è proprio in questo lungo percorso che ha avuto modo di confrontarsi con il volto più oscuro della natura umana. Intervistata da Peter Gomez a "La Confessione", la conduttrice ha individuato in Angelo Izzo, uno dei responsabili del massacro del Circeo, l'incarnazione del male assoluto.

«Con Izzo no, lui godeva a fare il male, lui ha fatto dei delitti così gratuiti, così feroci che solo l'esistenza del male li può giustificare. Non c'è una giustificazione che possa esserci». Un'ammissione che arriva da chi, per professione, è chiamata a guardare il crimine con occhio asettico, ma che non rinuncia a distinguere tra la follia e la consapevolezza del male.

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