Melonellum, sì al cuore della riforma con l'indicazione del premier. Il day after dello 'schiaffo' sulle preferenze
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Redazione Interno
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L'euforia da stadio delle opposizioni per la bocciatura dell'emendamento sulle preferenze, e le urla sguaiate per il presunto voto anticipato, si sono schiantate contro la realtà già nel day after a Montecitorio. Le votazioni sulla legge elettorale in Aula proseguono come da calendario e, nonostante le tensioni emerse, filano lisce verso l'approvazione del testo voluto dal centrodestra.
È arrivato infatti il via libera all'articolo 1, considerato il cardine della riforma, che introduce il meccanismo del premio di maggioranza e l'indicazione obbligatoria del candidato premier sulla scheda elettorale.
I numeri del giorno dopo: la tenuta della maggioranza
La seduta di ieri, 14 luglio, aveva regalato l'immagine di una maggioranza in difficoltà, andata sotto per un solo voto (188 a 187) su un emendamento che mirava a reintrodurre un sistema di preferenze parziali con capolista bloccati. Un passaggio, quello del voto segreto, che aveva scatenato le ire della premier Giorgia Meloni, la quale aveva caldeggiato lo scrutinio palese per smascherare eventuali franchi tiratori.
E in effetti il risultato ha mostrato una spaccatura, con una trentina di voti contrari provenienti dall'interno della stessa maggioranza, nonostante le rassicurazioni di Lega e Forza Italia. Il clima, complice anche la presenza di volti noti del passato come Gianni Letta e la deputata Marta Fascina che hanno evitato commenti, era carico di tensione.
Il cuore della riforma: l'articolo 1
Nonostante lo scivolone sulle preferenze, l'approvazione dell'articolo 1 rappresenta una vittoria politica per l'esecutivo. Il testo, che ha ottenuto 208 voti favorevoli, 143 contrari e tre astenuti, getta le fondamenta del nuovo sistema elettorale.
La riforma, che mira a sostituire il Rosatellum, introduce un impianto proporzionale corretto da un premio di maggioranza consistente: la lista o coalizione che raggiungerà almeno il 42 per cento dei consensi otterrà un premio di 70 deputati e 35 senatori, con l'obiettivo dichiarato di garantire maggioranze solide e riconoscibili.
Al di là del meccanismo di calcolo dei seggi, la novità politicamente più dirompente è l'obbligo per le coalizioni di indicare, al momento del deposito del contrassegno, il nome del candidato alla presidenza del Consiglio che intendono proporre al capo dello Stato.
La sfida del campo largo e le ripercussioni nei simboli
Questa previsione, che rappresenta una sorta di "anticipo" del premierato, mette in seria difficoltà le opposizioni. Pd, Movimento 5 Stelle e i partiti del cosiddetto campo largo hanno costruito la loro alleanza principalmente in funzione anti-Meloni, ma la nuova norma li costringerà a uscire allo scoperto, dovendo scegliere un nome su cui tutti siano d'accordo prima del voto, abbandonando le consuete trattative post-elettorali.
Il peso politico della norma si è fatto sentire anche all'interno della maggioranza, dove è stato evidenziato come l'obbligo di indicare un unico candidato premier metta fuori gioco i simboli di Lega e Forza Italia, che recano rispettivamente le scritte "Salvini premier" e "Berlusconi presidente". Un passaggio che i partiti alleati di Fratelli d'Italia hanno finito per votare, andando di fatto contro i propri interessi elettorali.
Le mosse della Rete e il futuro della legge
Mentre l'Aula procede con l'esame del testo, la "Rete per un voto libero e uguale" è già proiettata al futuro per contrastare la riforma. La bocciatura dell'emendamento sulle preferenze è vista dal fronte del no come "un segnale evidente di una grave spaccatura nella maggioranza", ma la strategia punta a un'azione legale e politica di ampio respiro.
La Rete, che conta oltre trenta organizzazioni tra comitati di costituzionalisti e associazioni, ha annunciato di avere già pronti decine di ricorsi da depositare nei Tribunali, qualora la legge venisse approvata in via definitiva, con l'obiettivo di un rinvio alla Corte costituzionale. L'auspicio dei promotori è che la Consulta possa intervenire prima delle prossime elezioni, giudicando incostituzionale il premio di maggioranza definito "abnorme".
Parallelamente, è stata annunciata una grande mobilitazione nel Paese, con manifestazioni in programma a Milano, Firenze e Napoli, sul modello del referendum sulla giustizia.




