Il campo largo inciampa a Napoli: contestazione e flop, il day after tra malumori e un futuro incerto

Il campo largo inciampa a Napoli: contestazione e flop, il day after tra malumori e un futuro incerto
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Redazione Interno Redazione Interno   -   Doveva essere il primo, simbolico passo di una marcia trionfale verso le Politiche del 2027, la dimostrazione plastica che il cosiddetto "campo largo" esiste e ha la forza per sfidare il centrodestra. Invece, la manifestazione di mercoledì sera a Napoli, in piazza del Gesù Nuovo, si è trasformata in un boomerang comunicativo che ha lasciato strascichi di malumore e profonde crepe nell'alleanza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Ciò che era stato annunciato tre settimane fa con un selfie unitario dai rispettivi leader si è infranto contro una realtà fatta di organizzazione deficitaria, un messaggio politico evanescente e, soprattutto, una contestazione che ha preso la scena offuscando ogni parola pronunciata dal palco.

La serata dei fischi e dei "buffoni"

L'inizio della kermesse elettorale, battezzata "Al lavoro per cambiare l'Italia", è stato tutt'altro che festoso. Un gruppo di disoccupati, affiancato da militanti di Potere al popolo, ha interrotto i comizi con cori di "vergogna" e "buffoni", costringendo a una sospensione di circa un quarto d'ora. Mentre gli attivisti del movimento di sinistra radicale, armati di megafono, mettevano in difficoltà l'organizzazione, i leader sul palco hanno tentato invano di mediare.

Giuseppe Conte, in particolare, si è rivolto direttamente ai contestatori, invitandoli al confronto ma anche a desistere: "Non facciamo decreti per impedirvi di parlare", ha detto, "ma lasciate stare i nostri attivisti". Nonostante il tentativo di ricucire lo strappo, l'immagine passata è stata quella di un'opposizione incapace di tenere a bada il dissenso, con il sindaco Gaetano Manfredi e il presidente della Regione Roberto Fico nel mirino delle contestazioni locali.

Una piazza non proprio piena e un messaggio debole

A rendere il quadro ancor più amaro per gli organizzatori è stata l'affluenza. Le stime sulla presenza in piazza variano da quattrocento a un migliaio di persone, una cifra definita senza mezzi termini "un flop" dallo stesso Potere al popolo, che ha rivendicato la responsabilità di aver fatto saltare la copertura mediatica dell'evento. L'analisi del giorno dopo ha messo in luce le pecche organizzative: la scelta di una piazza infrasettimanale a luglio, con il caldo torrido, si è rivelata un azzardo, così come la mancanza di una regia unica.

In molti, all'interno dei partiti, hanno rincorso il classico "l'avevamo detto", sostenendo di aver messo in guardia i vertici nazionali sui rischi di una manifestazione in una città come Napoli, dove il malcontento sociale è palpabile. La contestazione, insomma, ha solo amplificato una debolezza di fondo: la piazza non era piena di consensi perché il messaggio politico è risultato debole e poco attrattivo.

La frattura Conte sulle parole sulla Russia

Se la contestazione è stata la ferita aperta della serata, a complicare il "day after" è stata la dichiarazione di Giuseppe Conte sulla Russia. Il leader del M5S, dal palco, ha affermato che "Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti", una posizione che ha immediatamente scatenato le ire dell'ala più riformista del Partito Democratico e dei centristi.

L'europarlamentare dem Giorgio Gori ha chiesto retoricamente come si possano conciliare queste parole con la linea del partito, mentre Pina Picierno ha accusato Elly Schlein di "fingersi morta" di fronte allo scempio del principale alleato. La leader del Pd, che dal palco ha ribadito il mantra "Non faremo mai più il favore alle destre di dividerci", si è ritrovata a dover gestire una spaccatura ideologica che rischia di minare la base stessa dell'alleanza.

Il futuro (incerto) della piazza di Padova

Il bilancio dolceamaro di Napoli ha messo in dubbio anche il secondo appuntamento della tournée, quello previsto per il 15 luglio a Padova. I leader del campo largo starebbero valutando un rinvio, almeno di qualche giorno. La motivazione ufficiale è la concomitanza con i giorni cruciali del voto alla Camera sulla nuova legge elettorale, che costringerebbe i deputati dell'opposizione a rimanere a Montecitorio.

Tuttavia, la tentazione di guadagnare tempo per riorganizzare le fila e limare le divergenze programmatiche, dopo il flop di Napoli, è un elemento che molti osservatori considerano decisivo per evitare il ripetersi di una débâcle. L'idea di un comizio al chiuso è stata presa in considerazione, ma l'ombra del "fallimento" e delle polemiche su riarmo ed economia incombe, rendendo il futuro dell'iniziativa di Padova più incerto che mai.

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