Elezioni, la maggioranza si divide sulla data del voto: primavera o autunno 2027?
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Redazione Interno
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La legge elettorale è stata approvata, ma la vera partita si gioca ora sul calendario. La maggioranza di centrodestra appare divisa sulla data in cui andare alle urne: c'è chi spinge per un voto anticipato in primavera e chi invece vuole arrivare fino alla scadenza naturale della legislatura, nell'autunno del 2027. Una frattura che emerge con chiarezza dalle dichiarazioni delle ultime ore, mentre a Palazzo Chigi si continua a parlare di un dibattito “surreale”.
Le posizioni in campo
Il vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini, ha dettato la linea del suo partito senza troppe sfumature: “Io ritengo che gli italiani si aspettino che noi governiamo fino all'ultimo giorno che ci hanno incaricato di farlo. Quindi fino all'autunno 2027. Ritengo giusto e corretto fare fino in fondo il nostro lavoro”. Una posizione netta, espressa a margine di un presidio del partito davanti alle case popolari di via Rizzoli a Milano, che chiude ogni apertura a un election day con le amministrative e a un anticipo della scadenza naturale.
Sulla stessa lunghezza d'onda si è allineato il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, che ha respinto l'ipotesi di un voto a giugno: “Fazzolari giustamente ha le sue idee, io credo che si debba votare a fine legislatura, l'opinione di Forza Italia è questa”. Anche il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha confermato la sua posizione: “Ad oggi non vedo le condizioni né le ragioni per un voto anticipato”.
L'apertura di Fazzolari e i calcoli di Fratelli d'Italia
A rompere il fronte compatto è stato però Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Giorgia Meloni. Intervistato dal Foglio, ha delineato due scenari possibili: la scadenza naturale a settembre, con le complicazioni legate alla scrittura della manovra in tempi strettissimi, oppure giugno, che “consentirebbe di tornare alla normalità del ciclo elettorale e permettere al nuovo governo di fare la legge di bilancio con un minimo di serenità”. Una seconda ipotesi che, per molti osservatori, riflette le intenzioni reali della premier.
La presidente del Consiglio, dal canto suo, ha liquidato la questione con una battuta: “Io non seguo questi dibattiti abbastanza surreali sulla data del voto, anche perché noi parliamo come se si votasse domani. Signori, manca un anno alla scadenza della legislatura, quindi io sto concentrata come voi vedete a cercare di fare il mio lavoro, gli altri discutano pure di alchimie”. Parole che non hanno però spento le speculazioni, alimentate proprio dalle dichiarazioni dei suoi uomini di fiducia.
Il nodo dell'election day e le incognite future
Uno dei temi più dibattuti riguarda la possibilità di accorpare le elezioni politiche con le amministrative, che per legge devono tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno. L'ipotesi di un election day a fine maggio o inizio giugno permettrebbe di sfruttare il pretesto delle comunali per anticipare le urne senza che l'anticipo appaia come una forzatura. A rilanciare questa suggestione era stato nei giorni scorsi il capogruppo di Fratelli d'Italia al Senato, Lucio Malan, che aveva evocato la possibilità di votare insieme alle comunali, salvo poi fare marcia indietro.
Sullo sfondo restano le incognite legate alla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sui ricorsi annunciati contro la nuova legge elettorale. I costituzionalisti guidati da Roberto Zaccaria e Enrico Grosso presenteranno i ricorsi nei prossimi giorni, e la decisione della Consulta difficilmente arriverà prima della fine di febbraio. L'eventuale correzione “auto applicativa” della legge non ne stravolgerebbe l'impianto, ma il calendario dei giudizi si intreccia inevitabilmente con quello delle urne.
Le ripercussioni sul campo largo
La scelta della data non riguarda soltanto la maggioranza. Il centrosinistra osserva con attenzione, consapevole che un voto anticipato in primavera ridurrebbe i tempi per definire primarie, leadership e programma. “Votare a giugno mette in forte difficoltà il campo largo, dove la tensione ha raggiunto livelli imbarazzanti”, ha osservato Bruno Vespa sul Quotidiano nazionale, aggiungendo che le primarie, “se Schlein ha deciso di farle è giusto che vengano convocate. Meglio se presto”.
Per Massimo Giannini su Repubblica, invece, “la miccia del voto anticipato è innescata: aprile o maggio poco importa”. E mentre i commentatori continuano ad analizzare scenari e tempistiche, la decisione formale spetterà al presidente della Repubblica, a cui compete firmare il decreto di scioglimento delle Camere. Il congresso della Lega, fissato per il 24 e 25 ottobre, sarà probabilmente il primo vero banco di prova per capire se la data del voto resterà congelata o se la corsa verso le urne inizierà prima del previsto.
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