L’inchiesta di Ravenna e quei medici finiti nel mirino per i certificati ai migranti
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Redazione Interno
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L’indagine della Procura di Ravenna, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di almeno sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Croce, ha aperto uno squarcio su un meccanismo che, a quanto sostengono i pubblici ministeri, potrebbe aver distorto le procedure di rimpatrio per anni. Le accuse, al momento tutte da verificare nel contraddittorio processuale, ipotizzano un sistema consolidato per rilasciare certificazioni d’inidoneità alla permanenza nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) attraverso valutazioni cliniche che sarebbero state, in alcuni casi, incomplete o addirittura falsificate. L’arco temporale preso in esame dagli inquirenti è ampio, coprendo un periodo che va dalla tarda primavera del 2024 fino ai primi mesi del 2026, il che lascerebbe intendere come non si sia di fronte a episodi sporadici, ma a una prassi che avrebbe reiterato il presunto reato in modo coordinato. Nel mirino degli investigatori, coordinati dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, sono finite soprattutto le comunicazioni intercorse tra i sanitari: chat, email e messaggi di vario tipo conservati su dispositivi informatici, sequestrati durante le perquisizioni condotte all’alba dalla squadra mobile, sono ora al vaglio per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e il livello di consapevolezza dei singoli professionisti.
Il nodo delle linee guida e la solidarietà del mondo sanitario
La vicenda ha immediatamente sollevato un’ondata di reazioni da parte degli ordini professionali e delle istituzioni regionali, che si sono stretti attorno ai colleghi indagati sollevando, al contempo, una questione di carattere generale. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, pur ribadendo piena fiducia nell’operato della magistratura, ha voluto esprimere una netta vicinanza al personale sanitario, accusato – a suo dire – di trovarsi a dover gestire un’enorme responsabilità senza strumenti adeguati. L’assenza di linee guida nazionali chiare e condivise, capaci di stabilire con precisione quali patologie siano effettivamente incompatibili con la vita nei Cpr, finirebbe per caricare i medici di un peso che va oltre la loro funzione clinica, trasformandoli di fatto in arbitri di una decisione che ha profonde ricadute amministrative e di ordine pubblico. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), Filippo Anelli, il quale ha tenuto a distinguere i piani: il controllo della sicurezza e la legittimità dei trattenimenti competono alle forze dell’ordine e alla magistratura, mentre al medico deve essere lasciata la libertà di occuparsi esclusivamente della cura della persona, senza dover diventare un ingranaggio di un meccanismo repressivo.
L’appello alla “presa di coscienza” e il contesto ideologico
A gettare benzina sul fuoco del dibattito politico è stato il riemergere di un documento promosso da alcune associazioni del settore, tra cui la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e la rete “Mai più lager – No ai CPR”, che già nel marzo del 2024 aveva lanciato un appello a tutto il personale sanitario affinché prendesse coscienza delle condizioni di vita all’interno dei centri. In quel testo, ripreso anche dal British Medical Journal, si sollecitava una riflessione profonda sui rischi per la salute fisica e mentale delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa, invitando i medici a certificare l’inidoneità alla permanenza in strutture considerate inadeguate sotto il profilo igienico-sanitario e assistenziale. Per i legali e i sostenitori dei medici indagati, quello che la procura interpreta come un possibile disegno criminoso altro non sarebbe che l’applicazione rigorosa del codice deontologico e della tutela della salute del paziente, un principio costituzionalmente garantito che non può essere subordinato alle esigenze di smaltimento delle pratiche di espulsione. In una nota congiunta, gli ordini dei medici della Romagna hanno difeso l’operato dei colleghi sostenendo che il parere clinico deve restare circoscritto all’ambito strettamente tecnico e non può diventare uno strumento per avallare scelte politiche o amministrative che esulano dalla competenza medica.
Le reazioni politiche e lo scenario nazionale
Sul fronte opposto, le dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini sono state immediatamente durissime, parlando di “vergogna da licenziamento, radiazione e arresto” qualora le ipotesi di accusa dovessero trovare conferma, un’opinione pubblicamente condivisa anche da altri esponenti del governo e della maggioranza, i quali vedono nell’inchiesta ravennate la possibile punta di un iceberg ben più esteso. Il sospetto, alimentato da anni di campagne da parte di alcune reti di attivisti, è che l’ideologia possa aver spinto decine di professionisti in tutta Italia a ostacolare deliberatamente i rimpatri, magari utilizzando valutazioni cliniche strumentali per aggirare i decreti di espulsione emessi dalle autorità. Un caso concreto, riportato dalla stampa locale, riguarda un cittadino senegalese di 25 anni, bloccato a fine gennaio con l’accusa di aver molestato alcune donne: l’uomo, irregolare, non poté essere condotto al Cpr proprio in seguito alla visita medica che ne avrebbe sconsigliato il trattenimento. Episodi come questo alimentano la narrativa di chi invoca un giro di vite e una verifica approfondita su tutte le certificazioni rilasciate negli ultimi anni. L’inchiesta, ancora nelle sue fasi preliminari, dovrà ora far luce sulla effettiva sussistenza dei falsi e sul livello di organizzazione che avrebbe guidato i medici dell’ospedale Santa Croce, con la procura che continua a raccogliere elementi senza escludere sviluppi ulteriori.




